Il mestiere dello scienziato (1)

Mastro Petar si staccò dal corpo di Ewis, nel quale aveva appena versato il succo del piacere e si rialzò in piedi di scatto. La Mezza Elfa, legata polsi e caviglie ad anelli che sporgevano dal pavimento, gli occhi bendati, non sentendo più il peso dell’uomo sul ventre si comportò come aveva imparato dalla Regina Nera:
“Grazie, mio signore”, disse.

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Nuovi ordini, nuove regole (2)

Rebon aveva sistemato in una depressione naturale un mezzo barile segato per il lungo, colmo d’acqua appena tiepida, ed aveva chiamato Tessa ed una barbara sconosciuta a fare la guardia per impedire sguardi indiscreti ed improvvisi arrivi di qualche lanciere in cerca di un posto tranquillo per far uscire dal corpo quello che doveva uscire. Come di abitudine, aveva spogliato Belladonna e si era spogliato a sua volta e aveva preso a massaggiarle le spalle muscolose con le dita sottili e forti che lei conosceva bene.
“Tessa era curiosa ma mi sono fatto promettere che non si sarebbe voltata, mia signora. E’ convinta che avremmo giocato al gioco dl piacere e mi perdonerai se ho negato con pochissima convinzione, ma l’idea di dividermi con te la eccita follemente e prima di partire giocherà con me ancora con più entusiasmo. Il colonnello ha cambiato i programmi. La tua prigioniera, la bionda del popolo Elfico, se ha detto la verità, ci ha messo al corrente di una cosa molto importante, e quindi non daremo battaglia agli Uomini dei Boschi, mia signora”.
Belladonna aveva smesso di chiedersi e di chiedere a Rebon come facesse ad avere informazioni così precise, neanche avesse fatto una conversazione con il colonnello Samel da pari a pari, davanti al camino e con un fiasco di liquore del Nord da svuotare assieme.
“Così, mia signora, non attaccheremo gli Uomini dei Boschi, che quindi potranno uccidere gli Elfi per noi. Probabilmente faremo una manovra domani mattina e lasceremo Castello Verde alle nostre spalle, almeno così la pensa il colonnello. E adesso lascia che ti massaggi i polpacci, l’acqua non è ancora troppo fredda, e dovremo camminare, stanotte”.

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Nuovi ordini, nuove regole (1)

L’armata di Castello Tonante si era finalmente accampata sul limitare di un bosco. Dietro la collina, sulla quale il colonello Samel aveva schierato più compagnie con l’ordine di restare fermi ed in silenzio ed il divieto di accendere fuochi, c’era Castello Verde, e appariva stranamente silenzioso. Soprattutto, non si vedeva traccia dell’esercito del Regno dei Boschi.

Belladonna si era portata sulla linea degli avamposti e aguzzava lo sguardo. Castello Verde non era una città murata: le case in legno si estendevano senza ordine apparente a partire dal fondovalle fino a mezza costa della collina in cima alla quale si ergeva, solido e minaccioso, un grande castello in pietra.

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Assedio (2)

L’ufficiale, inoltre, seguendo a sua volta le regole, fece uscire due fanti dal lato libero della piazzaforte per raggiungere le forze mobili, cui avrebbero dovuto comunicare che a Tre Querce erano attesi con impazienza e che lì si faceva sul serio. Dopo di ciò, indossò l’elmetto e la corazzina d’acciaio che solo le truppe di Fortezza utilizzavano e si pose sul lato più esposto, proprio sopra la porta principale della città.

Gli Elfi furono accolti, a cinquanta passi dalle mura, da una pioggia di quadrelli e di ghiande missili, e l’ufficiale maggiore si rese conto che qualcosa era andato terribilmente storto: invece di occupare un pacifico borgo doveva dare l’assalto ad una fortezza e non aveva l’armamento adatto. Costretto ad improvvisare, organizzò le compagnie a testuggine. In mancanza di torri d’assedio e di arieti, e senza il tempo di scavare una rete di gallerie per far crollare le mura, l’unica era dare fuoco alle porte.

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