La battaglia: mezzodì (2)

La Bastarda si rese conto che il bosco, tutto attorno a lei, era diventato fin troppo silenzioso; alzò lo sguardo e vide, davanti a sé, la strada vuota e deserta; senza perdere il passo si voltò, procedendo all’indietro, e vide che, alle spalle del carro che sobbalzava pesantemente, non c’era nessuno. La preparazione militare della Bastarda non le avrebbe consentito di guidare un’armata, ma non era stata certamente approssimativa, e l’addestramento prese il sopravvento; l’Elfa si fermò e fece segno all’ultimo dei suoi soldati di imitarla. Una volta che furono superati anche dal carro, lontani dalle orecchie indiscrete dell’anziano graduato che lo guidava e del giovanissimo fante che doveva assicurare la scorta, prese a parlare.

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La battaglia: mezzodì (1)

La Bastarda Reale era già stanchissima dopo poche clessidre di marcia, e non per la marcia. Il terreno non era affatto agevole come sembrava sulle mappe dello Stato Maggiore e per tre o quattro volte i lancieri Elfici avevano dovuto piegare le schiene e spingere i carri oltre ostacoli naturali che le bestie aggiogate, a loro volta stanche e malnutrite non riuscivano a valicare. Naturali, poi, si chiedeva la bionda Elfa mentre avanzava su un tratto apparentemente più liscio della strada che però, col fondo improvvisamente molle di sabbia metteva a dura prova le caviglie dei soldati, soprattutto quelli con l’armamento più pesante. Era forse possibile, pensava la Bastarda, che una strada di tale importanza, che conduceva direttamente alla capitale del Regno Nero, non fosse tenuta in condizioni migliori? Non erano solo i solchi nei quali si nascondevano sornionamente gli spuntoni della tipica roccia del Regno per minacciare i logori cerchi di legno dei carri; alberi caduti posti di traverso, fossi e ruscelletti che tagliavano il tracciato dovevano essere superati a forza di braccia. Più volte la Bastarda aveva visto anche la puttana, nuda e con le caviglie incatenate, spingere il carro che la trasportava assieme ai lancieri che ostentavano di ignorarla; la Bastarda ignorarla non poteva, dal momenti che con i sensi di Elfa ne sentiva l’odore, un misto di sudore e polvere e fango e qualcosa di non definito ma chiarissimo, diverso da tutte le sfumature che venivano dai soldati che circondavano entrambe, e ne provava nuovamente desiderio.

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La battaglia: mattino (12)

L’uomo spingeva sempre più forte, accompagnando i movimenti del ventre e del bacino con gemiti sempre più forti, finalmente spruzzò il succo all’interno dell’Elfa e si abbatté sul corpo di lei, che sentì il potere riempirla assieme al piacere. Belladonna mosse appena i muscoli del ventre, come per trattenere il turgido membro, e l’uomo reagì immediatamente: appoggiandosi su gomiti e ginocchia fece per riprendere a giocare. L’Elfa dovette costringersi a far cenno di no col capo ed a spingere via il contadino con la punta delle dita: temeva per qualche ragione che un maggior contatto tra i loro corpi sarebbe stato in qualche modo pericoloso.

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