Eyes wide open

Allora, la Regina tratta bene i suoi ufficiali, non vi pare? Non a caso, aggiungerei, visto che stanno per rischiare la pelle per lei.

Ma per fare una guerra bisogna essere almeno in due, e se ricordate anche gli Elfi stavano organizzando qualcosa; non temete, ve lo racconterò molto presto e credo che vi interesserà.

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La guerra della Regina (2)

La Strega modulò qualcosa nel suo incomprensibile dialetto, Verkonnen parlò a Belladonna tenendo gli occhi fissi sulle puttane.
“Uno dei miei lancieri ha due sorelle nei bordelli militari, ne va fierissimo, e mi ha detto che è un’altra innovazione della Regina che non vuole che le nobili di corte giochino al gioco del piacere con altri che non sia lei. La signora Lesbith ha riunito le puttane più belle nel nuovo bordello della Reggia, che con i suoi introiti finanzia tutti i bordelli militari. Dopo la guerra potremo avere anche delle Elfe, che ne dici”?
“Bisognerà prima vincerla, la guerra. Ma mi sembra che siamo in ottime mani”.
“Però ci mandano a Nord, non potrò tornare nella mia Provincia con le armi in pugno”.
“Ci tornerai. Non credo di violare alcun segreto se ti ricordo che la via migliore non è sempre quella più breve. E adesso pensa all’altra tua arma, quale di quelle puttane ti piace di più”?
“Mi piacciono tutte, lascerò scegliere a loro”.
Belladonna guardò la signora Lesbith e si accorse che la desiderava, e che il potere era d’accordo: l’avrebbe avuta, quella notte.
La voce melodiosa della Strega la distrasse.
“Morwen della Guardia, dammi il tuo permesso, ti prego”.
“Per cosa”?
“Sai che il mio corpo ti appartiene, per quello che ti devo. Permettimi di giocare al gioco del piacere, stasera, desidero una di quelle donne”.
“Hai la mia benedizione, naturalmente”.

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La guerra della Regina (1)

Gli ufficiali riempivano il salone, disposti su più file, in posizione di attesa. Tutti indossavano l’uniforme nera ma molti di loro avevano aggiunto qualcosa che ricordava la terra di origine.

Era Irasdottir, la gigantesca Barbara del Nord, aveva avvolto attorno agli ispidi capelli dal colore della stoppa un fazzolettone dai vivaci colori della sua famiglia; proprio davanti a Morwen il piccolo e bruno Devrj delle Isole portava un buffo berretto piatto, bianco con un ciuffo di fili di lana rossi proprio in mezzo; la Strega che, unica del suo popolo, aveva ottenuto il comando di una compagnia, aveva annodato attorno alla vita la tunica che certamente aveva già indossato in battaglia. Morwen non ci aveva neanche pensato, ma bastava la sua lunga capigliatura per farne un membro del Popolo Elfico.
Muovendo appena le labbra si rivolse a Geon del Regno dei Boschi, che inalberava fieramente un berretto a cencio verde scuro, dello stesso colore dei suoi occhi:
“Ce ne sono pochi, di ufficiali del Regno Nero”.
“I migliori li hai ammazzati tutti al Lago Rosso”.
Geon era un uomo che imponeva rispetto. Giovanissimo ufficiale che si era distinto nel corso della battaglia della Frontiera, aveva consolidato la sua posizione guidando una compagnia dietro le linee nemiche e contribuendo in maniera determinante – secondo la motivazione del conferimento della Croce dell’Ordine Verde di Seconda Classe – alla successiva vittoria sul Colle Ritto che aveva di fatto concluso la campagna nel Nord Ovest. In pace aveva avuto meno fortuna: la sposa nobile che lo aveva scelto lo aveva prima lasciato e poi falsamente denunciato per tradimento, e lui aveva ucciso due dragoni a cavallo e si era rifugiato prima tra le famiglie del Nord, poi nell’armata della Regina Nera.

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La terza incomoda

Ebbene sì, il capitolo è finito: breve ma intenso, e ci è servito per approfondire la conoscenza con questo strano scienziato – la Regina Nera la conoscevamo già, invece.

Dalla prossima settimana torneremo ad occuparci di soldati ma non vi preoccupate, non smetteremo di parlare di sesso, quindi restate collegati.

Tolkien continua a contaminare (anche lui): sono quasi alla fine della Trilogia dell’Anello e insomma, il modello è l’Odissea, addirittura, con la Contea come Itaca; grande dimostrazione di cultura classica, ma nei college e nelle università inglesi si è sempre dato molto spazio, addirittura più che da noi, agli autori greci e latini, ed i risultati si vedono.

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La forza di un uomo, la forza di una donna

Mastro Petar, già speziale del Borgo ed ora scienziato di corte della Regina Nera, si guardò intorno. Nel Gran Palazzo gli era stato assegnato un comodo quartiere, che comprendeva anche un ampio locale per i suoi studi, e per qualche tempo se la era goduta; la Regina era stata impegnata dai suoi nuovi giocattoli, le puttane che aveva comprato o forse rubato al bordello della Città, lo aveva lasciato in pace, e lui aveva avuto la possibilità di godersi in tutti i modi la bionda Ewis, la cui docilità accendeva il suo desiderio.

Avevano giocato al gioco del piacere fino a cinque minuti prima, e la puttana ne portava ancora i segni: macchie nere sui seni, dove aveva affondato le dita, strisce rosse sulle natiche, dove aveva infierito con una sottile cinghia di cuoio. Altro segno del piacere raggiunto dall’uomo, le macchie bianche lungo il filo della schiena dove aveva svuotato il membro del suo succo dopo averlo a lungo affondato nell’ano elastico della bionda.

Era il momento meno opportuno per una delle udienze reali. Accompagnata da un vento gelido la Regina Nera apparve in un angolo della stanza. Indossava un corsetto nero che le rialzava il seno ed una lunga gonna, pure nera, che arrivava fino a terra. E sembrava particolarmente contrariata.
Petar era caduto in ginocchio, terrorizzato come sempre quando aveva a che fare con il potere della Regina.

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Full metal spear

Ebbene sì, questo centro addestramento reclute è ispirato un po’ tanto da quello dello USMC di Full Metal Jacket. Si chiama contaminazione, e la trovo divertente. Voglio dire, io non ho fatto il servizio militare, che grazie al nuovo Presidente della Repubblica non è nemmeno obbligatorio per i maschietti, qualche punto di riferimento dovevo pur trovarlo.

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Storie di soldati (3)

“L’esercitazione è finita, portatevelo nella baracca, dategli qualcosa da mangiare e lasciatelo dormire al riparo. Domani mattina me ne occuperò”. E se ne era occupata. Alla fortezza nessuno sapeva dire quando e da dove fosse sbucato: lo chiamavano Rebon, era sempre stato lì, accanto al letamaio, ad occuparsi dei rifiuti, recuperando ciò che potesse essere utilizzato, svuotando le latrine, vendendo il letame ai contadini. Onestissimo, consegnava al capo della guardia ogni cosa di sia pur minimo valore rinvenisse ed i modesti corrispettivi che riceveva per il fertilizzante. Lo prese con sé, lo nominò suo attendente e scoprì che se quella notte era sfuggito alla vista acuta della Strega era perché aveva l’inquietante capacità di mimetizzarsi contro qualsiasi sfondo, come un camaleonte. Lei sapeva che c’era, ma non sapeva dove fosse.

Anche quella sera Rebon era lì, le versò un bicchiere d’acqua fresca dalla caraffa che teneva sempre piena sul tavolino, le porse un messaggio sigillato e si inginocchiò sul pavimento che teneva pulitissimo per sfilarle gli stivali.
“Mia signora, lo ha consegnato l’attendente del colonello Samel. Tutti gli ufficiali sono convocati per stasera, prima della mensa, nella sala reale del castello”.
Capitan Belladonna guardò il sigillo intatto, poi Rebon che le stava togliendo i calzettoni di pesante lana scura.
“Magari sai anche dirmi cosa ci racconterà”.
“Mia signora, state per partire: l’addestramento è finito”.
Era un’altra caratteristica di Rebon, in aggiunta alla sua canina devozione ed alla spaventosa efficienza: sapeva tutto.
“Mia signora, hai bisogno dell’uniforme di gala, e ti ho preparato anche l’acqua per un rapido bagno, non hai bisogno di andare nei locali comuni”.
“Va bene, Rebon. Dovrai insaponarmi la schiena, però”.
“Sì, mia signora”.

Morwen si spogliò ed altrettanto fece il suo attendente, per non bagnarsi la tunica nera delle truppe di guarnigione. Non stavano per fare sesso ed il potere non si palesò. Rebon la guardò tra le gambe con distacco prima di spostarsi alle sue spalle, dicendo che avrebbe forse avuto bisogno di radersi tra le gambe, per motivi di igiene e praticità.
“Te lo farò domani, mia signora, e adesso rilassati”.
Le mani di Rebon era delicate, sulla sua schiena muscolosa, ma sorprendentemente forti, e scioglievano i nodi di stanchezza. Tra le sue dita, il ruvido sapone militare sembrava addirittura una crema.

La loro intimità era strana e piena di complicità, ed era cominciata una sera nella quale Lunga Treccia aveva sentito improvvisamente il desiderio di giocare al gioco del piacere.
Rebon ubbidendo al suo ordine, si era spogliato ed inginocchiato davanti a lei senza una parola, pronto alla sua parte. La donna aveva visto le sue spalle strette, le costole che sporgevano dal magro torace glabro, il membro virile corto e sottile fieramente eretto, ed aveva sentito il potere che la fermava prima che potesse a sua volta spogliarsi.
“Non ti piaccio, mia signora”, aveva dichiarato il ragazzo, per poi correggersi. “No, ti piaccio ma non mi vuoi più”.
Rebon non poteva restare così: Morwen gli aveva gettato una monetina e gli aveva ordinato di andare a sfogarsi al bordello della guarnigione, nel quale ora poteva entrare.
“Grazie, mia signora. Avrò tre donne per tutta la notte, e chiuderò gli occhi pensando di giocare al gioco del piacere con te”.
Era diventato uno scherzo tra di loro: con una certa regolarità, circa una volta a settimana, Rebon accoglieva l’ufficiale nudo e inginocchiato nel bel mezzo dell’alloggio, e lei gli lanciava la sua monetina. La mattina dopo, la risvegliava portandole qualche prelibatezza per rompere il digiuno e le raccontava le sue prodezze.

“Mia signora, ti sta benissimo”, dichiarò Rebon. Al contrario dell’uniforme da fatica, l’alta tenuta era composta di farsetto di lana, pantaloni di pelle ed alti stivali. Nera e drammatica, era impreziosita lungo le cuciture da complicati arabeschi d’argento che indicavano il grado. Lunga Treccia la detestava anche perché, stretta com’era e col farsetto aderente e chiuso al collo da una piccola gorgiera, le impediva di portare con sé Sorriso Solitario.
“So che per te sono la più bella della fortezza. Per questo complimento ti sei meritato un’altra monetina, vai a divertirti”.
“Mia signora, vorrei un regalo più importante, stavolta. Portami con te quando partirai, ti prego”.