La battaglia: mattino (10)

Belladonna aveva approfittato di un piccolo cespuglio per nascondersi senza rinunciare a guardarsi attorno, e tirò un grosso respiro di sollievo quando ad un palmo da lei passò trotterellando un grosso cinghiale, evidentemente disturbato dalle avanguardie Elfiche.
“C’è un’altra ragione per la quale siamo qui, mia signora”, aggiunse il contadino.
“Non dirlo, lo sento”, rispose Belladonna, ancora con le mano appoggiata al suolo. “C’è tanto potere, qui, posso quasi toccarlo attraverso la terra”.
“Non so di cosa parli, mia signora, io so solo che le trappole messe qui catturano più prede di tutte le altre in tutto il bosco, e che i guardiani non trovano mai chi passa per questo viottolo. Per noi è un posto fortunato, mia signora”. Il contadino si avvicinò fin quasi a sfiorare l’Elfa per aggiungere, a voce bassissima: “Gli anziani raccontano che una volta qui c’era una quercia cava e che da lì venne il primo degli antenati della Regina per fondare il Regno. Nel cavo della quercia fece gettare tutti quelli che si opposero a lui, fino a che la quercia prese fuoco per un fulmine, e da quel momento il nuovo re si comportò come il migliore dei sovrani ed il Regno prese a prosperare”.

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La battaglia: mattino (9)

Quello che la storia militare non raccontava, ma che Belladonna aveva scoperto parlando con le guide che discendevano dai ribelli sconfitti, fu che il proprietario del bosco venne bruciato a sua volta per aver chiesto un risarcimento alla corona e che il re recuperò abbondantemente le spese sostenute vendendo ai bordelli Elfici e dei Regni del Sud le donne più giovani ed avvenenti degli sconfitti. L’Elfa si guardava attorno con attenzione: non avrebbero mai dovuto passare di lì, pensò, perché sul quel terreno scoperto la fanteria pesante avrebbe avuto agio di manovrare ed inchiodare il suo piccolo manipolo armato alla leggera. Il giovane contadino sembrò leggere nel pensiero di Belladonna e dopo pochi passi cambiò improvvisamente direzione guidando l’Elfa ed i suoi compagni verso una zona molto più riparata, ove il terreno, dalla conformazione più corrugata, teneva i soldati al coperto e ne nascondeva anche eventuali tracce.

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La battaglia: mattino (8)

Misurandola così, all’Elfa sembrò di essere appena partita dall’accampamento della sua armata. Dopo un gesto di stizza, finì per stringersi nelle spalle: ogni soldato, pensò, deve morire, e quello poteva anche essere la sua giornata. Il cammino era diventato apparentemente più semplice, lungo la riva del laghetto, stando attenti a schivare i ciuffi di erba umida e le pozze di fango pesante che si attaccava agli scarponi e rendeva il passo più faticoso, ed il tenente che aveva comandato il manipolo della Guardia della Regina si affiancò a Belladonna come per misurarne la falcata, prima di rivolgerle compitamente la parola, a voce bassa e chiara.

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La battaglia: mattino (7)

“Con il tuo permesso, mia signora”, aveva aggiunto dopo una brevissima pausa, come per un ripensamento, “ho fatto perquisire l’appartamento ed il bagaglio della Regina e delle Streghe: ho trovato documenti che devi conoscere, mia signora”.
“Sono sicura che tu potrai spiegarmeli meglio e più in fretta, Rebon. O sei stanco e vorresti il cambio?”, aveva risposto l’Elfa con un mezzo sorriso.
“No, mia signora. Come comandi, mia signora”, aveva replicato Rebon. “Si tratta degli ordini per il dopoguerra, mia signora, scritti dalla Strega e già firmati dalla Regina. In breve, lo sterminio di tutti gli Elfi, mia signora”.
“Dovrei preoccuparmi, Rebon? In fondo sono un’Elfa anche io”. Belladonna aveva provato a scherzare ma la voce le era uscita roca, come per un giramento di testa o un dolore al ventre.
“Non lo so, mia signora. Ma non mi sembra una buona idea”. La domanda del piccolo lanciere, sia pure inespressa, era chiara: “Mia signora”, avrebbe voluto chiederle, “dobbiamo davvero obbedire a questi ordini, soprattutto adesso che la Regina ha perso il suo potere ed è nelle nostre mani?”.
Belladonna ci pensava continuamente e non riusciva a trovare una risposta.

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La battaglia: mattino (6)

Avanzarono per un pezzo con i piedi a mollo, gli scarponi che diventavano più pesanti ad ogni passo; Belladonna aveva finalmente trovato il passo giusto, nonostante il peso della spada lunga portata dietro la schiena, e aveva smesso di pensare al piano di battaglia, dal momento che ora era un comandante tattico come tutti gli altri. Aveva provato ad utilizzare i sensi da Elfa per accorgersi che in quel tratto di bosco non c’erano neanche animali, tranne qualche uccello sulle cime più alte degli alberi. Così doveva essere: il contadino aveva fatto segno, poco prima, che avrebbero dovuto marciare ancora per parecchie clessidre prima di raggiungere il luogo in cui appostarsi per portare l’attacco al cuore dell’armata nemica.

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