La battaglia: tramonto (13)

Con il potere ancora rafforzato da quel contatto, Belladonna prima vide i lancieri della Regina Nera che, per manipoli, conducevano lungo la strada gruppi di Elfi nudi e sconfitti, incitandoli con piattonate e colpi col manico delle lance, poi finalmente trovò la via verso il comando ed il potere di Rebon che proteggeva le celle in cui erano rinchiuse in una la Regina, nell’altra le due Streghe, guardate a vista da Toson. Le Streghe, invece che incatenate, erano appese ad un complicato intreccio di funi che le costringeva in posizioni dolorose ed oscene, le braccia e le gambe strappate in direzioni opposte, le succose vagine spalancate: bendate ed imbavagliate, per quanto vicine fossero, sembrava ragionevole credere che non fossero riuscite a comunicare.

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La battaglia: tramonto (6)

Di nuovo, le due Elfe sentirono la brezza tiepida che sembrava accompagnare l’esplosione del potere di Belladonna; dalla gamba ferita dell’Elfa bruna il sangue schizzò per una piccola clessidra copioso, inzuppando tunica e brache di entrambe, per poi fermarsi. Belladonna, stringendo le mammelle della Bastarda, sentì forte e chiara la risata e poi la voce di Hidenseek: “No, Lunga Treccia, o Morwen, o Belladonna, non ti avevo mentito, semplicemente parlavo di me stesso, quella volta che hai ferito Sem. Ma tu puoi farlo, e forse potrai fare ancora di più, soprattutto ora che hai vinto la battaglia e dovrai decidere cosa fare della tua Regina e di tutti gli abitanti delle Terre Conosciute. Ricordati però che rivoglio indietro i miei lancieri, e che mi devi un prezzo del sangue per quelli che sono rimasti laggiù al Sud”.

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La battaglia: pomeriggio (8)

Re Szibelis accostò il filo della spada alla gola della puttana che ebbe un sobbalzo ed un gemito: la lama le aveva pizzicato la pelle e l’acciaio elfico era affilato come un rasoio; si diceva inoltre nei regni degli Uomini, soprattutto tra il popolino ignorante e superstizioso, che fosse impregnato di un veleno sconosciuto che poteva uccidere lentamente e dolorosamente. Belladonna sentì il terrore della Donna con i sensi da Elfa, e con il potere qualcosa di completamente diverso: la puttana desiderava provare ancora paura e dolore, ed era ad un passo dal raggiungere il piacere. Sorrise ancora prima di rivolgersi di nuovo al re degli Elfi, stavolta in Alto Elfico e con l’accento delle classi più elevate imparato in Accademia: “Pensi davvero che ci interessi la vita di quella puttana? Sgozzala pure, se ti dà soddisfazione, ma io preferirei proprio che ti arrendessi. Uccidere un re non è proprio il motivo per quale vorrei diventare famosa, e porta anche sfortuna”.

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La battaglia: pomeriggio (7)

Belladonna con il fiato corto e la vista appannata per il dolore alla gamba ferita e Lana Mastdottir apparentemente fresca e riposata si incontrarono proprio dove avevano previsto, accanto al carro coperto all’interno del quale nulla si muoveva; i fanti Elfici armati alla leggera erano finalmente circondati. Non solo, erano stati tagliati fuori dal re che dovevano proteggere. La Barbara si pose di nuovo in posizione di rispetto, in attesa di ordini; l’Elfa però non poteva più aspettare: impugnata con qualche fatica la spada bastarda la affondò nella tela che nascondeva l’interno del carro e vi aprì un ampio squarcio.

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La battaglia: pomeriggio (6)

La Barbara era in prima fila, e controllava l’allineamento dei lancieri, cercando altresì di tenere d’occhio gli Elfi armati alla leggera che apparivano e sparivano davanti alle punte di acciaio delle lance come per invitare il nemico a farsi avanti; ad un cenno di Belladonna lasciò il suo posto, e raggiunse l’Elfa che, ancora appoggiata alla guida, cercava di riprendere fiato e controllare il dolore che saliva dalla gamba ferita per mettersi immediatamente a rapporto, senza peraltro riuscire a nascondere l’ammirazione per l’Elfa che portava sul corpo i segni del feroce scontro nel quale per poco non aveva lasciato la vita.

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la battaglia: pomeriggio (5)

Belladonna raccolse, chinandosi con qualche difficoltà, Sorriso Solitario, e si avvicinò all’Elfo inginocchiato; gli parlò in alto elfico, tenendo la punta del lungo pugnale appoggiato al collo del nemico: “Non ti farò la grazia di ucciderti, o almeno non subito, ma sei stato un valido avversario e ti farò soffrire il meno possibile se ti comporterai da bravo prigioniero. Sdraiati faccia a terra, adesso”. Contemporaneamente l’Elfa dette un colpetto col pugnale, quanto bastava per pungere la pelle del ferito ma senza versare altro sangue. Obbedito che l’Elfo ferito ebbe, Belladonna stracciò un lembo della tunica e ne legò i polsi del prigioniero dietro la schiena, rapida come il lampo, intimandogli nel contempo: “Resta qui. Tornerò ad occuparmi di te non appena mi sarà possibile”. Il prigioniero rispose con un lamento ed una richiesta di essere ucciso in fretta, che non ebbe risposta: l’Elfa mezzo correndo e mezzo zoppicando, si era già diretta lì dove lo scontro era entrato in una fase nuova.

Lana Mastdottir aveva schierato le sue Barbare su due linee, e la doppia fila di lance teneva lontano gli Elfi armati alla leggera: gli opposti schieramenti si fronteggiavano, con gli Elfi che si ora tenevano in qualche modo al riparo dietro il ciglio della strada, ed avevano abbandonato l’iniziativa. Belladonna provò a riflettere: non poteva aspettare oltre, così come non voleva rinunciare a spazzare via la resistenza della Guardia nemica ed impossessarsi di re Szibelis, cui non bisognava concedere nemmeno una piccola clessidra in più per provare a dileguarsi nella foresta che, sul lato opposto della strada era più folta ed intricata.

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La battaglia: pomeriggio (4)

Una mano si appoggiò sulla spalla dell’Elfa, ancora sdraiata a terra, col fiato corto e dolori in ogni parte del corpo; in altre circostanze Belladonna avrebbe reagito con un balzo, una stoccata di Sorriso Solitario, un pugno o una testata, stavolta si limitò a sobbalzare, e si accorse che era la guida, con il viso insanguinato, che si chinava su di lei, tra le mani una lunga striscia di stoffa.

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La battaglia: pomeriggio (1)

Una strofa dell’inno della fanteria pesante dell’armata Elfica diceva, più o meno: “Quando avanzano i lancieri le Terre Conosciute tremano”. Era nato come artificio retorico, ma Belladonna, quando era ancora Morwen ed era ancora un aspirante, sentiva davvero il terreno tremare sotto i piedi, all’unisono col passo della compagnia di cui faceva parte; marciava, insieme agli altri, sognando il giorno in cui le sarebbe stato affidato il primo manipolo ed in quei momenti era convinta di aver scelto la carriera per la quale era più adatta. Tanto tempo dopo, il suo manipolo era composto da due ufficiali con poca o nulla esperienza di combattimento e da un contadino. Sotto i suoi piedi, però, il terreno scosceso davvero tremava nuovamente. L’Elfa sapeva che finalmente, alle sue spalle, Lana Mastdottir era finalmente giunta ed aveva ordinato la carica ai suoi lancieri, venuti da così lontano per finalmente presentarsi puntuali all’appuntamento.

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La battaglia: mezzodì (16)

Belladonna prese la sua decisione in fretta. La folle carica di cavalleria leggera del nemico aveva reso vano il suo piano, ma aveva anche lasciato senza guida lo sparuto gruppo di fanteria elfica; la stessa carica era stata rumorosa, e Belladonna si aspettava di veder comparire da una piccola clessidra all’altra i lancieri condotti da Lana Mastdottir. Sguainò quindi la spada lunga e si alzò in piedi, proprio davanti al nemico, una giovanissima Elfa che stava avvicinandosi cautamente dopo aver gettato un’occhiata indifferente all’Elfo disarcionato che ancora giaceva faccia a terra. Non abbastanza cautamente: la spada lunga si alzò e poi calò con un sibilo in un colpo di traverso dall’alto in basso, aprendo in due il bersaglio dalla spalla all’anca. La guardia cadde senza un lamento in un lago di sangue; Belladonna cambiò la presa sulla spada e la piantò nella gola dell’avversaria, prima di ordinare al giovane contadino: “Stammi accanto, due passi indietro, a sinistra”, e di avanzare allo scoperto, dritto incontro al nemico.

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La battaglia: mezzodì (14)

Lana Mastdottir rimase immobile per la sorpresa e si rifugiò nell’addestramento formale, irrigidendosi nel saluto per passare alla posizione di rispetto, imitata dalle sue compagne; meccanicamente Belladonna ricambiò il gesto di cortesia militare, e restò in attesa, i sensi all’erta. La Barbara fece due passi avanti, assunse nuovamente la posizione di rispetto e fece per mettersi a rapporto, mentre in maniera un po’ disordinata la sua piccola compagnia si schierò su due linee proprio dietro il precario riparo degli alberi che avrebbero dovuto proteggere la ricognizione dell’Elfa e della sua guida, che finalmente aveva sciolto l’abbraccio con l’altro contadino e, assieme a lui, affiancò Lana Mastdottir assumendo una più approssimativa posizione di rispetto.

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