La battaglia: tramonto (13)

Con il potere ancora rafforzato da quel contatto, Belladonna prima vide i lancieri della Regina Nera che, per manipoli, conducevano lungo la strada gruppi di Elfi nudi e sconfitti, incitandoli con piattonate e colpi col manico delle lance, poi finalmente trovò la via verso il comando ed il potere di Rebon che proteggeva le celle in cui erano rinchiuse in una la Regina, nell’altra le due Streghe, guardate a vista da Toson. Le Streghe, invece che incatenate, erano appese ad un complicato intreccio di funi che le costringeva in posizioni dolorose ed oscene, le braccia e le gambe strappate in direzioni opposte, le succose vagine spalancate: bendate ed imbavagliate, per quanto vicine fossero, sembrava ragionevole credere che non fossero riuscite a comunicare.

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La battaglia: mezzodì (15)

Wardain parlò dall’angolo della bocca senza labbra e senza muovere un muscolo in tutto il corpo, eccezion fatta per la mano che reggeva le briglie e che ebbe un piccolo spasmo: “Ci siamo, sono qui a sinistra, venti passi avanti a noi”.

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La battaglia: mezzodì (4)

“Avevo suggerito al re di far vedere a tutti i sudditi del nuovo vicereame la loro precedente Regina, in gabbia ed in catene, ma non è stato d’accordo. Ritiene che sia meglio che quella Donna sparisca dopo aver firmato l’abdicazione a favore della casa reale degli Elfi”. La Bastarda rabbrividì all’idea di una Donna portata in giro come una belva feroce e non poté che approvare, sia pure solo dentro di sé, la decisione di suo padre.

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La battaglia: mattino (12)

L’uomo spingeva sempre più forte, accompagnando i movimenti del ventre e del bacino con gemiti sempre più forti, finalmente spruzzò il succo all’interno dell’Elfa e si abbatté sul corpo di lei, che sentì il potere riempirla assieme al piacere. Belladonna mosse appena i muscoli del ventre, come per trattenere il turgido membro, e l’uomo reagì immediatamente: appoggiandosi su gomiti e ginocchia fece per riprendere a giocare. L’Elfa dovette costringersi a far cenno di no col capo ed a spingere via il contadino con la punta delle dita: temeva per qualche ragione che un maggior contatto tra i loro corpi sarebbe stato in qualche modo pericoloso.

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La battaglia: mattino (8)

Misurandola così, all’Elfa sembrò di essere appena partita dall’accampamento della sua armata. Dopo un gesto di stizza, finì per stringersi nelle spalle: ogni soldato, pensò, deve morire, e quello poteva anche essere la sua giornata. Il cammino era diventato apparentemente più semplice, lungo la riva del laghetto, stando attenti a schivare i ciuffi di erba umida e le pozze di fango pesante che si attaccava agli scarponi e rendeva il passo più faticoso, ed il tenente che aveva comandato il manipolo della Guardia della Regina si affiancò a Belladonna come per misurarne la falcata, prima di rivolgerle compitamente la parola, a voce bassa e chiara.

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La battaglia: mattino (6)

Avanzarono per un pezzo con i piedi a mollo, gli scarponi che diventavano più pesanti ad ogni passo; Belladonna aveva finalmente trovato il passo giusto, nonostante il peso della spada lunga portata dietro la schiena, e aveva smesso di pensare al piano di battaglia, dal momento che ora era un comandante tattico come tutti gli altri. Aveva provato ad utilizzare i sensi da Elfa per accorgersi che in quel tratto di bosco non c’erano neanche animali, tranne qualche uccello sulle cime più alte degli alberi. Così doveva essere: il contadino aveva fatto segno, poco prima, che avrebbero dovuto marciare ancora per parecchie clessidre prima di raggiungere il luogo in cui appostarsi per portare l’attacco al cuore dell’armata nemica.

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La battaglia: mattino (2)

La Bastarda restò in silenzio, poi disse: “Chissà come mai, non sono sicura di potermi fidare, magari saresti in grado di trovare una cella adeguata anche per Morwen; e sei proprio sicuro di riuscire a scoprirlo, in questo caso?”.
Sorrise appena, regolò il passo, sistemò la bandoliera che reggeva spada corta e pugnale, alla maniera della fanteria leggera prima di aggiungere: “Dovrò ricostruirla, questa città, se la nostra armata la prenderà d’assalto”.
“Cercheremo di danneggiarla il meno possibile, te lo prometto”.
“Ma perché sei così certo che sarà necessario un assedio?”.
“La nostra armata delle Informazioni ci ha comunicato che la Regina non ha una massa di manovra in grado di affrontarci sul campo; siamo quindi certi che si chiuderà nella sua capitale con la Guardia e la milizia cittadina. E sappiamo ben che le mura, per quanto possano essere alte e robuste, non sono più forti dei soldati che le difendono: sarà una cosa breve, quindi”. Il re si strinse nelle spalle e scoccò un’altra occhiata al carro che sobbalzava alle sue spalle. “Abbiamo mandato avanti gli esploratori solo perché così prevedono le nostre regole, ma potevamo anche risparmiarcelo”.
“Quindi”, chiese la Bastarda, “stiamo avanzando senza sapere dove sono le forze nemiche?”.
“Sono tutte nella Provincia Nuova, secondo le notizie che abbiamo. Una volta finito con la Regina Nera, si arrenderanno e dovremo solo trasferirle qui per metterle al lavoro: ti ricostruiranno la capitale secondo i tuoi gusti ed a basso costo”.

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Prima della battaglia (12)

Belladonna ringraziò con un cenno del capo e fece segno a Lanas di dare gli ordini, e tutti si ritrovarono a sorbire in silenzio uno stufato con della carne ignota, ma caldo e gradevole.

“Colonnello”, disse ad un certo punto la Regina tra una cucchiaiata e l’altra, “sappiamo che sei stata ferita nella Provincia Redenta; non appena torneremo alla capitale per questo avrai una decorazione”.
“Grazie, Vostra Maestà”, rispose compitamente l’Elfa.
“Ci piacerebbe molto vedere la cicatrice”, aggiunse la Regina.
Belladonna scoccò un’occhiata a Rebon, che sembrava ancora più pallido e debole nell’uniforme nera, ed a Lanas, di cui percepiva a stento il potere nel ruggire di quello della Regina, prima di rispondere: “Come comanda la Maestà Vostra. Con il permesso di Vostra Maestà”, aggiunse, e si alzò in piedi, “Rebon, ho bisogno del tuo aiuto”.
“Sì, mia signora. Come comandi, mia signora”, e Rebon scattò in piedi, batté e tacchi e prese a sbottonare l’aderente farsetto nero di Belladonna, del quale era impossibile arrotolare la stretta manica.

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Prima della battaglia (10)

Probabilmente, valutò Belladonna, si trattava in origine di una stalla: pavimento in terra battuta, due archi, in fondo al locale, potevano condurre all’esterno ed erano sbarrati da pesanti travi di legno, finestrelle in alto, chiuse da spesse sbarre di ferro; il soffitto era formato da altri pannelli di legno e costituiva il pavimento del piano superiore, lì dove, una volta, si affollavano le famiglie dei contadini. Ora c’erano molte luci, ed al centro del locale un gran tavolo di pregevole fattura, dietro il quale aspettava la Regina, in piedi e affiancata dalle sue Streghe nude ed inginocchiate. Le labbra rosse e carnose erano atteggiate ad un sorriso benevolo, smentito dal luccichio degli occhi viola e dal potere che ne promanava.

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Prima della battaglia (9)

La Regina aveva posto la sua residenza nel piccolo fabbricato situato accanto alla casa padronale diventata la sede dello Stato Maggiore; Belladonna e la sua Guardia attraversarono quindi quasi tutto l’accampamento suscitando una certa impressione tra le truppe che avevano sentito parlare di lei dai commilitoni sotto il suo comando ma non l’avevano mai vista. Senza alcun ordine, i lancieri e gli esploratori impegnati a rifocillarsi accanto ai fuochi, al suo passaggio si alzarono in piedi ed assunsero la posizione di rispetto: salutavano la liberatrice della Provincia Redenta, che per la Provincia Redenta aveva versato il suo sangue.

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