La battaglia: mattino (5)

Il piccolo contadino era instancabile: rivestito sommariamente con la tunica e le brache verdastre della fanteria leggera territoriale, il cranio rapato senza cura da un tonsore militare frettoloso segnato da graffi e ferite, unica arma il pugnale dal manico di legno alla cintola come tutti i villani della zona, quasi danzava nel sottobosco che invadeva il sottile sentiero tra gli alberi di alto fusto. Aveva dimostrato a Belladonna ed agli ufficiali della Guardia di essere assolutamente inattaccabile dalla fatica, avendo tenuto lo stesso passo da prima dell’alba, e di vederci altrettanto bene al buio che alla mezza luce di una giornata uggiosa, con nuvole basse e qualche filaccio di nebbia impigliato tra le fronde, quasi ad altezza d’uomo. Parlava la lingua comune con uno spaventoso e quasi incomprensibile accento, ma questo non era un problema, dal momento che si era limitato a salutare l’Elfa ed il suo manipolo con poche e rotte parole prima di avviarsi. Belladonna, col fiato un po’ corto, i muscoli in fiamme e la bocca secca, si sentiva un po’ come ai primi tempi all’accademia, quando i graduati istruttori facevano marciare le reclute fino a farle cadere a terra stremate, poi le facevano rialzare e le facevano marciare ancora un po’; alle sue spalle, il tenente della Guardia respirava pesantemente dalla bocca e ciononostante andava avanti, come gli altri ufficiali, appesantiti dalle spade lunghe portate a tracolla e resi goffi dagli scarponi pesanti e fin troppo nuovi, le cui suole chiodate a volte scivolavano sull’erba viscida e sulle chiazze di fango.

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La battaglia: mattino (4)

Nella foga del racconto Wardain aveva alzato la voce e l’Elfa riusciva a sentirlo raccontare delle battaglie vinte nella capitale del Regno del Nord ed a Colle del Fiume e della sanguinosa sconfitta nei pressi della Frontiera, della fuga verso le Terre Sconosciute e dell’ultimo tentativo di uccidere il re dei Boschi; i racconti di violenza e di sangue e di morte di Wardain, e la sua stessa presenza, le avevano ricordato Morwen: la Bastarda sentì un gradevole fremito all’inguine ed un noto pizzicore in fondo alla gola. Non aveva assistito all’assurdo duello di cui ella stessa era stata l’involontaria causa, ma le era stato raccontato da un ufficiale della Guardia, terzogenito di una famiglia di alto rango, che aveva provato a conquistarla, per una volta senza secondi fini.

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La battaglia: mattino (3)

“Vuoi metterti a rapporto con sua maestà, generale?”, gli chiese ancora in tono leggero. “Ottima idea, purtroppo come vedi siamo in ordine di marcia e ci fermeremo solo col buio”.
Wardain si schiarì faticosamente la gola prima di rispondere: “Verrò con voi allora, tenente. Vi sto cercando da un bel po’ di clessidre, ed ho fatto tanta strada dal Nord fino a qui che una giornata di marcia in più non farà alcuna differenza”.
La Bastarda fece un cenno col capo, indicando re Szibelis che, impietrito in sella, fissava il suo generale con espressione sgomenta. Wardain comprese, assunse lentamente la posizione di rispetto e aggiunse: “Ovviamente se compiace a sua maestà”.

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La battaglia: mattino (2)

La Bastarda restò in silenzio, poi disse: “Chissà come mai, non sono sicura di potermi fidare, magari saresti in grado di trovare una cella adeguata anche per Morwen; e sei proprio sicuro di riuscire a scoprirlo, in questo caso?”.
Sorrise appena, regolò il passo, sistemò la bandoliera che reggeva spada corta e pugnale, alla maniera della fanteria leggera prima di aggiungere: “Dovrò ricostruirla, questa città, se la nostra armata la prenderà d’assalto”.
“Cercheremo di danneggiarla il meno possibile, te lo prometto”.
“Ma perché sei così certo che sarà necessario un assedio?”.
“La nostra armata delle Informazioni ci ha comunicato che la Regina non ha una massa di manovra in grado di affrontarci sul campo; siamo quindi certi che si chiuderà nella sua capitale con la Guardia e la milizia cittadina. E sappiamo ben che le mura, per quanto possano essere alte e robuste, non sono più forti dei soldati che le difendono: sarà una cosa breve, quindi”. Il re si strinse nelle spalle e scoccò un’altra occhiata al carro che sobbalzava alle sue spalle. “Abbiamo mandato avanti gli esploratori solo perché così prevedono le nostre regole, ma potevamo anche risparmiarcelo”.
“Quindi”, chiese la Bastarda, “stiamo avanzando senza sapere dove sono le forze nemiche?”.
“Sono tutte nella Provincia Nuova, secondo le notizie che abbiamo. Una volta finito con la Regina Nera, si arrenderanno e dovremo solo trasferirle qui per metterle al lavoro: ti ricostruiranno la capitale secondo i tuoi gusti ed a basso costo”.

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