Quando piove ci si bagna (1)

Tutti quelli che sono così entusiasti del bel tempo antico avrebbero dovuto trovarsi lì dove si trovava la protagonista di questa storia: era un angolo di strada stretto da mura di pietra incombenti e minacciose, ovviamente non lastricato o asfaltato, e per completare l’opera, stava diluviando. Quindi piedi nel fango e tutto il resto del corpo riparato in qualche modo sotto un mantellone di cuoio più o meno impermeabile, che copriva una giubba di lana nera corta ed aderente e degli informi pantaloni dello stesso colore ma di una stoffa diversa, meno calda e più rigida, che finivano in uno strano paio di stivali dalla suola molto alta che le arrivavano poco sopra la caviglia e che forse erano l’unica parte dell’abbigliamento che avesse un senso, peccato che il pellame duro e la forma un po’ troppo squadrata mettevano a dura prova le estremità, anche perché al posto di calze o calzettoni indossava solo una striscia di stoffa arrotolata dalla punta dei piedi fino a metà polpaccio. Avrebbe avuto anche bisogno di un ombrello, ma forse in quel luogo/tempo non esistevano, e si accontentava di proteggere il capo con il cappuccio del mantello.

Strizzava gli occhi nella pioggia e nel buio – perché era proprio buio pesto, senza una luce che fosse una intorno – e tendeva le orecchie nel tamburellare della pioggia e nello scrosciare dei torrentelli di acqua fangosa che arrivavano dalla sua destra, dove la strada, dopo una secca svolta, cominciava ad arrampicarsi su per una collinetta, sempre delimitata da quelle mura di pietra inquietanti e scabre.

La pioggia rinforzò, accompagnata da un vento gelato. La nostra eroina aveva già affrontato un clima simile, sui campi di battaglia del lontano Nord, ma allora indossava l’uniforme verde e bruna della Guardia ed era alla testa di una compagnia di spade e lance, il nerbo dell’armata elfica scagliato contro i turbolenti clan che portavano strane gonne a scacchi al posto dei pantaloni e lunghe barbe rosse intrecciate con triangoli di metallo a mo’ di corazza.

Stavolta era sola, e se stava lì, non era per l’onore della casata o il piacere di respirare un po’ di aria fresca e quasi pulita – dal momento che l’acquazzone che era cominciato parecchie ore prima e non sembrava avere alcuna intenzione di smettere aveva allagato le strade e portato via verso i fossi e la campagna circostante un bel po’ dei rifiuti che in genere ammorbavano con i loro effluvi quell’agglomerato di catapecchie di legno e casupole di mattoni che si stringevano attorno a due o tre palazzi patrizi e veniva pomposamente chiamato La Città – ma per una missione che non le avrebbe portato gloria ma riempito la borsa che pendeva, desolatamente vuota, dalla sua cintura.

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Quasi una prefazione

Allora, fino a qualche mese fa io ignoravo tutto del fantasy: non avevo mai letto Tolkien (e se è per questo non l’ho ancora letto e non credo lo leggerò), non avevo mai giocato, on line o meno, a cose tipo Dungeons & Dragons e via di questo passo.

Poi un amico ha cominciato a farmi conoscere qualcosa di questo universo, che preso a piccole dosi è affascinante.

E mi sono accorta di una cosa: quasi tutto quello che si trova nelle librerie italiane, in materia, è roba per ragazzi, o al massimo per “young adults”, modo elegante per definire adolescenti brufolosi alla ricerca di alternative all’onanismo.

Per adulti vaccinati, invece, non ho trovato niente. E allora ho cominciato a scrivere io, quel fantasy che mi sarebbe piaciuto leggere.

Inutile tenere il manoscritto in un cassetto, o meglio, il file di testo in un angolo virtuale del disco rigido. Lo pubblico qui, a puntate, e spero che almeno a qualcuno piacerà leggerlo come a me sta piacendo scriverlo.

Sì, perché il libro ancora non è finito: se avete qualche suggerimento, perché no, ne terrò conto.

Buon divertimento.