La battaglia: tramonto (9)

“Ti piace guardare, mago? Finché sei nella mia testa mi sembrerà di avere un pubblico”.
“A te piace usare quel piccolo Barbaro come una donna davanti alla sorella: quale sarebbe la differenza?”.

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La battaglia: tramonto (2)

Lana Mastdottir aveva salutato rigidamente Belladonna, cui i lancieri schierati presentarono le armi, e si era avviata lungo la strada, seguita dalla sua compagnia in ordine di marcia a scortare la magnifica preda: sul carro, assieme alla guida, la puttana ferita in attesa di altre cure, che ancora si lamentava per gli scossoni che la facevano soffrire e l’Elfo che era stato accecato durante il corpo a corpo: Belladonna aveva scambiato uno sguardo d’intesa con la grande Barbara, ed ebbe la certezza che quell’Elfo, prima di giungere a destinazione, sarebbe stato ucciso per ripagare il sangue versato durante lo scontro.

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La battaglia: tramonto (1)

Belladonna era rimasta sola sul campo dello scontro. Dopo aver accettato la resa di re Szibelis, stringendo i denti per resistere al dolore della ferita, aveva personalmente disarmato i superstiti della Guardia del re degli Elfi e li aveva sommariamente interrogati mentre i lancieri di Lana Mastdottir si prendevano cura della puttana che, cadendo dal carro, aveva battuto la testa, dalla quale usciva un filo di sangue, e spezzato un braccio.

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La battaglia: pomeriggio (8)

Re Szibelis accostò il filo della spada alla gola della puttana che ebbe un sobbalzo ed un gemito: la lama le aveva pizzicato la pelle e l’acciaio elfico era affilato come un rasoio; si diceva inoltre nei regni degli Uomini, soprattutto tra il popolino ignorante e superstizioso, che fosse impregnato di un veleno sconosciuto che poteva uccidere lentamente e dolorosamente. Belladonna sentì il terrore della Donna con i sensi da Elfa, e con il potere qualcosa di completamente diverso: la puttana desiderava provare ancora paura e dolore, ed era ad un passo dal raggiungere il piacere. Sorrise ancora prima di rivolgersi di nuovo al re degli Elfi, stavolta in Alto Elfico e con l’accento delle classi più elevate imparato in Accademia: “Pensi davvero che ci interessi la vita di quella puttana? Sgozzala pure, se ti dà soddisfazione, ma io preferirei proprio che ti arrendessi. Uccidere un re non è proprio il motivo per quale vorrei diventare famosa, e porta anche sfortuna”.

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La battaglia: pomeriggio (7)

Belladonna con il fiato corto e la vista appannata per il dolore alla gamba ferita e Lana Mastdottir apparentemente fresca e riposata si incontrarono proprio dove avevano previsto, accanto al carro coperto all’interno del quale nulla si muoveva; i fanti Elfici armati alla leggera erano finalmente circondati. Non solo, erano stati tagliati fuori dal re che dovevano proteggere. La Barbara si pose di nuovo in posizione di rispetto, in attesa di ordini; l’Elfa però non poteva più aspettare: impugnata con qualche fatica la spada bastarda la affondò nella tela che nascondeva l’interno del carro e vi aprì un ampio squarcio.

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La battaglia: mattino (4)

Nella foga del racconto Wardain aveva alzato la voce e l’Elfa riusciva a sentirlo raccontare delle battaglie vinte nella capitale del Regno del Nord ed a Colle del Fiume e della sanguinosa sconfitta nei pressi della Frontiera, della fuga verso le Terre Sconosciute e dell’ultimo tentativo di uccidere il re dei Boschi; i racconti di violenza e di sangue e di morte di Wardain, e la sua stessa presenza, le avevano ricordato Morwen: la Bastarda sentì un gradevole fremito all’inguine ed un noto pizzicore in fondo alla gola. Non aveva assistito all’assurdo duello di cui ella stessa era stata l’involontaria causa, ma le era stato raccontato da un ufficiale della Guardia, terzogenito di una famiglia di alto rango, che aveva provato a conquistarla, per una volta senza secondi fini.

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La battaglia: mattino (1)

L’armata Elfica si mise in moto ben prima del sorgere del sole. Primi a muoversi furono i manipoli di esploratori che rivestivano e il ruolo di avanguardie per riconoscere il terreno e quello di protezione lungo i fianchi della fanteria pesante e del complicato seguito di carriaggi; dopo una attesa pari a quella prevista dal manuale della scuola di guerra si misero in marcia le compagnie di lancieri e, ancora più tardi, le salmerie, assieme alle quali viaggiava re Szibelis con la sua piccola Guardia affidata alla Bastarda Reale. Il re avrebbe preferito muoversi con lo Stato Maggiore dell’armata, ma aveva dovuto piegarsi alle insistenze del Generale dell’armata, col quale si era schierata anche la Bastarda Reale nel suo ruolo di comandante in campo della Guardia, che aveva indicato come decisive per la scelta le maggiori possibilità di difesa e protezione; sottovoce, aveva anche suggerito al re che così sarebbe rimasto più vicino alla puttana che tanto gli era piaciuta e che era stata caricata su di un piccolo carro coperto.

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Avanzata (8)

La puttana trattenne un lamento quando sentì l’olio, caldo ma non bollente, scorrerle sul corpo, sulle mani legate e sulle braccia, sul piede imprigionato dalla stessa corda delle mani e sulla gamba.

“Non temere, non voglio darti fuoco”, disse la Bastarda. “Certo, sarebbe divertente, ma il re ha deciso che ti vuole ancora e questo ti mette al riparo da tante cose. Non da tutte, però: al contrario di quegli stupidi soldati che hanno cercato di domarti, io so bene come punire una puttana senza lasciarle addosso neanche un segno, e ti avverto, se ce ne sarà bisogno lo farò, e per te non sarà affatto piacevole. Stai ferma e zitta, adesso”, concluse.

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Avanzata (7)

La puttana, domata e sottomessa, restò in silenzio mentre la Bastarda dava un piccolo strattone al cappio. “Molto bene. Adesso appoggia la caviglia destra sulla gamba sinistra, all’altezza del ginocchio”. La puttana obbedì muovendosi con molta cautela: l’Elfa teneva ancora in pugno un capo della corda che le toglieva il respiro, ed obbedì anche al successivo ordine: “Rilassati, non ti farò ancora male, alza la gamba sinistra adesso”. La Bastarda annuì soddisfatta, afferrò rapidamente il piede infangato e costrinse la puttana a piegare la gamba finché lo stesso piede non venne ad essere bloccato dalla corda che ne legava i polsi; contemporaneamente la gamba piegata imprigionava l’altro piede.

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