La battaglia: tramonto (11)

Belladonna aveva trovato i capezzoli eretti della Bastarda e cominciato a tormentarli: l’Elfa Bionda era assalita su due fronti e decise presto di capitolare: “Fermiamoci qui, Morwen, e prendimi, subito, e con tutto la forza che vuoi, come e dove vuoi, perché non posso attendere più per il desiderio che mi ha invasa”.

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La battaglia: mattino (4)

Nella foga del racconto Wardain aveva alzato la voce e l’Elfa riusciva a sentirlo raccontare delle battaglie vinte nella capitale del Regno del Nord ed a Colle del Fiume e della sanguinosa sconfitta nei pressi della Frontiera, della fuga verso le Terre Sconosciute e dell’ultimo tentativo di uccidere il re dei Boschi; i racconti di violenza e di sangue e di morte di Wardain, e la sua stessa presenza, le avevano ricordato Morwen: la Bastarda sentì un gradevole fremito all’inguine ed un noto pizzicore in fondo alla gola. Non aveva assistito all’assurdo duello di cui ella stessa era stata l’involontaria causa, ma le era stato raccontato da un ufficiale della Guardia, terzogenito di una famiglia di alto rango, che aveva provato a conquistarla, per una volta senza secondi fini.

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Prima della battaglia (18)

La fermò la voce della Regina. “Sei molto bello, sai? Mi piacciono gli ufficiali, porti una bellissima uniforme, ho voglia di giocare al gioco del piacere con te. E tu, mi trovi bella?”. Belladonna si bloccò lì dove era, ad un niente dalla pelle bianca e morbida, richiamata alla realtà dal potere che in qualche modo le imponeva di non toccare la Regina per proteggerla e proteggersi. Allo stesso tempo, da molto lontano, sentì rimbombare la voce di Hidenseek.

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Prima della battaglia (17)

“Lanas”, disse Belladonna tenendo delicatamente in braccio la neonata che, gli occhi spalancati, sembrava fissarla con curiosità, “la Regina non deve vedere nessuno se non te. Neanche la bambina, a lei penserà Ressa”. Mentre Rebon annuiva impercettibilmente Belladonna si guardò attorno come per cercare ispirazione, o almeno per riordinare le idee. Nell’ampia sala era tornata una parvenza di ordine; Toson aveva dimostrato una sorprendente esperienza ed aveva incatenato con perizia le Streghe, che potevano appena respirare sotto le bende ed i bavagli ed a malapena stavano in piedi sotto il peso delle catene, e, con l’aiuto delle due donne del Nord, le stava conducendo fuori; gli ufficiali della Guardia erano disciplinatamente scomparsi verso i loro alloggi; Tessa, infine, era al fianco di Rebon, la mano sull’elsa della spada corta.

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Prima della battaglia (12)

Belladonna ringraziò con un cenno del capo e fece segno a Lanas di dare gli ordini, e tutti si ritrovarono a sorbire in silenzio uno stufato con della carne ignota, ma caldo e gradevole.

“Colonnello”, disse ad un certo punto la Regina tra una cucchiaiata e l’altra, “sappiamo che sei stata ferita nella Provincia Redenta; non appena torneremo alla capitale per questo avrai una decorazione”.
“Grazie, Vostra Maestà”, rispose compitamente l’Elfa.
“Ci piacerebbe molto vedere la cicatrice”, aggiunse la Regina.
Belladonna scoccò un’occhiata a Rebon, che sembrava ancora più pallido e debole nell’uniforme nera, ed a Lanas, di cui percepiva a stento il potere nel ruggire di quello della Regina, prima di rispondere: “Come comanda la Maestà Vostra. Con il permesso di Vostra Maestà”, aggiunse, e si alzò in piedi, “Rebon, ho bisogno del tuo aiuto”.
“Sì, mia signora. Come comandi, mia signora”, e Rebon scattò in piedi, batté e tacchi e prese a sbottonare l’aderente farsetto nero di Belladonna, del quale era impossibile arrotolare la stretta manica.

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Ritirata (5)

Il tepore svanì, la cicatrice tornò scura e Gujonnen non sentì più il bruciore della ferita, e riuscì nuovamente a guardare negli occhi l’Elfa. Non riuscì però a dire alcunchè, la bocca asciutta, il membro virile improvvisamente irrigidito a sfregare dolorosamente contro il ruvido tessuto delle brache pesanti.
“Non è vero che io mi serva di tutti i miei ufficiali. So che è una della tante voci che corrono nei battaglioni, e so, invece, che voi a Castel Gelo avete un rito. Vuoi parlarmene, Gujonnen?”:
“Mia signora, l’ultimo arrivato, quando siamo al campo, è la puttana di tutti, finché non uccide il suo primo nemico. Ma ti giuro, mia signora, che io non ne ho mai approfittato”.
Belladonna sorrise di nuovo. “Non devi certamente giustificarti con me. Io mi servo dei miei prigionieri personali e mi sono accorta di preferire, negli ultimi tempi, un giovanissimo Barbaro”. Belladonna passò rapidamente la punta della lingua sulle labbra sottili. “Adesso che non senti più il mio potere puoi dirmi cosa stai provando, Gujonnen?”.
“Mia signora”, cominciò il tenente, ma di nuovo gli mancò la voce; semplicemente, non sapeva cosa gli stesse accadendo.
“Se smetti di chiamarmi mia signora forse ti sentirai più a tuo agio”, disse Belladonna con una serietà smentita dal luccichio degli occhi. L’Elfa accompagnò la frase con un gesto: allungò un braccio sotto il tavolo e sfiorò l’inguine di Gujonnen che ebbe un sussulto.

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Consigli di Guerra (3)

“Basta così”, ordinò la Regina dopo aver atteso qualche piccola clessidra, “non sarai punita per aver eccitato quel giovane alfiere, ma ci saranno mille altre buone ragioni, prima di stasera, perché tu assaggi il nostro frustino lì dove più ti fa urlare”.
“Sì Padrona”, rispose disciplinatamente la Strega.
“È pronta la nostra carrozza?”, chiese la Regina.
“Sì, Padrona”.
“E allora andiamo. Puoi alzarti in piedi, abbiamo fretta. E poi non cammini a quattro zampe bene come vorremmo”.

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Ghiaccio rovente (4)

Le due donne erano state legate lì dove erano solite incatenare gli schiavi, gli esploratori avevano dato il colpo di grazia ai feriti ed ammucchiato i cadaveri, dopo averli accuratamente frugati, nella cucina; solo lo schiavo piccolo e bruno, che, la lama sulla gola, aveva chiesto pietà nel dialetto della Provincia Perduta, era stato risparmiato ed arruolato su due piedi nella compagnia, così come quello alto e biondo, che era apparentemente illeso ed aveva mostrato ai soldati Neri tutti i ripostigli della locanda, dove erano stipate provviste sufficienti non per uno ma per due inverni e numerosi sacchetti di monete ordinatamente conservate secondo il tipo di valuta.

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Tempo di guarire (2)

“Hai freddo, mia signora? Non ti ho mai vista così”.
“No, non lo so, era tantissimo che non mi capitava”, rispose lei. Aveva i capezzoli eretti e dolorosamente sensibili, e l’ultima volta che le era capitato era ancora Morwen, e teneva tra le braccia la Bastarda Reale, che aveva voluto giocare al gioco del piacere in un mucchio di fieno trovato dietro le scuderie del re suo padre. Perché le stava capitando di nuovo proprio adesso?
“Mia signora, purtroppo la tunica è nuova ed un po’ ruvida, prova ad avvolgerti il petto con questa”, consigliò Rebon porgendole una striscia di stoffa, “devi solo allentare le cinghie del fodero e ci penserò io”.
Le dita agili di Rebon le sfioravano la pelle provocandole dei gradevolissimi brividi che non riusciva a dominare; se il ragazzo fosse stato davanti a lei e non alle sue spalle lo avrebbe abbracciato, baciato e trascinato sul pavimento per giocare al gioco del piacere con lui; forse un altro scherzo del suo potere, che in precedenza la aveva fermata quando stava per possedere Rebon a Castello Tonante.

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Sorriso in compagnia (2)

Lunga Treccia si rese conto, con un lampo del suo sconosciuto potere, che la puttana si stava divertendo. Sì, per lei era lavoro, ma il dialogo, le carezze date e ricevute, il calore delle braccia che la stringevano la stavano rendendo desiderosa a sua volta di giocare al gioco del piacere.
“Te l’avevo detto, sei abituato a comandare e si vede. Mio signore, puoi lasciare una monetina sul bancone per il padrone di casa, mentre io prendo altro vino”?

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