La battaglia: mezzodì (15)

Wardain parlò dall’angolo della bocca senza labbra e senza muovere un muscolo in tutto il corpo, eccezion fatta per la mano che reggeva le briglie e che ebbe un piccolo spasmo: “Ci siamo, sono qui a sinistra, venti passi avanti a noi”.

La Bastarda Reale lanciò un’occhiata senza muovere il capo e vide a sua volta, malamente riparati tra arbusti e rocce, i fanti nemici, probabilmente troppo fiduciosi nelle capacità mimetiche delle tuniche brune che indossavano. Rispose allo stesso modo: “Tra dieci passi gli andiamo addosso a cavallo, generale. Sei pronto?”.

Wardain non lo era; non solo non aveva mai combattuto a cavallo, ma sapeva anche che sia la sua spada bastarda che quella corta dell’Elfa bionda non erano adatte ad un attacco del genere: tutti i testi che aveva studiato predicavano che, contro la fanteria leggera, una carica di cavalleria doveva essere condotta con le speciali spade lunghe e pesanti intitolate all’ufficiale maggiore che le aveva ideate, disegnate e ne aveva forgiata la prima per presentarla al nonno del nonno di re Szibelis. Poi si rese conto che una carica, in quel frangente, aveva solo lo scopo di allontanare il nemico dal carro nel quale era riparato il re e di guadagnare tempo. Poi smise di pensare perché la Bastarda aveva dato di sprone al cavallo ed estratto con gesto fluido la spada corta, e si trovò meccanicamente ad imitarla, lanciando una specie di grido di guerra che uscì strozzato dalla bocca senza labbra: il cavallo si era impennato e quasi lo aveva disarcionato.

Senza quasi; alla seconda sgroppata Wardain, tutt’altro che un provetto cavaliere, si trovò a terra, la faccia nella polvere, la spada barbara sfuggita dalle dita e finita chissà dove. La Bastarda, la spada corta perfettamente allineata, caricò da sola: il cavallo divorò il terreno in quattro salti e gli ufficiali della Guardia della Regina, colti di sorpresa, non fecero neanche in tempo a puntare le spade. In due furono travolti dal semplice impeto del quadrupede e salvarono la vita proprio perché la spada dell’Elfa non era abbastanza lunga per colpirli mentre erano a terra, gli altri ruppero lo schieramento e ripiegarono di corsa dimenticando le istruzioni ricevute da Belladonna. Pessima idea perché nessun Uomo, e nemmeno un Elfo, se è per questo, è mai stato in grado di correre più in fretta di un cavallo.

La Bastarda riuscì a raggiungerli prima che trovassero riparo nel bosco e li eliminò, uno dopo l’altro, colpendoli alle spalle: solo l’ultimo, che era poi l’ufficiale in comando, si voltò a fronteggiare la carica e, spalle ad un albero, schivò l’affondo dell’Elfa; subito prima di essere travolto, affondò la spada corta nel petto della cavalcatura che si impennò e ricadde schiacciandolo. La Bastarda, dal canto suo, rimase con una gamba presa sotto il fianco della bestia; non solo, nell’urto aveva battuto la spalla ed il capo e rimase lì, dolorante e stordita.

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