La battaglia: mezzodì (7)

L’Elfa lo osservò per qualche piccola clessidra, prima di venire nuovamente invasa da un’ondata di potere che, anche stavolta, sembrava provenire dal sottosuolo. Mentre sentiva il terreno mancarle sotto i piedi, le sembrò di vedere la foresta, la strada ed il sentiero dall’alto, come disegnati su una mappa preparata dai migliori cartografi delle armate Elfiche. Non solo: sulla strada vide avanzare i lancieri Elfici, nel sottobosco muoversi gli esploratori, vide le compagnie di lancieri ed esploratori appostate proprio dove dovevano essere secondo il piano di battaglia, e vide anche sé stessa ed il suo manipolo, pronti a tagliare la strada ad una piccola compagnia che avanzava lentamente, un po’ isolata dal resto dell’armata.

Senza il minimo preavviso, la visione cambiò, e Belladonna si ritrovò a fissare negli occhi Lanas, ovvero Lana Mastdottir, nel suo ruolo di comandante della compagnia di lancieri dell’armata degli Uomini Liberi. In qualche modo, aveva preso in prestito gli occhi di un lanciere, e doveva trattarsi una ragazzona altra una testa più di tutte le compagne, perché guardava l’ufficiale dall’alto in basso. Lana Mastdottir stava discutendo con la guida cui era stata affidata la compagnia, che sembrava il fratello della guida del manipolo di Belladonna: piccolo, snello, un po’ curvo, lo sguardo famelico e falsamente opaco che a chi sapeva vedere dimostrava invece una vivace intelligenza. Anche l’accento con cui parlava la lingua comune ero lo stesso, quasi incomprensibile all’inizio, così come Lanas si sforzava di nascondere la rauca parlata dei Barbari.

“Mia signora, siamo esattamente dove mi è stato detto di portarvi, dove scorre il Fosso delle Puttane”. La guida indicò un torrente incassato tra due sponde di pietra che scorreva veloce e rumorosamente. “Mia signora, e dove c’è la Sedia del Signore”. Con l’altra mano indicò un piccolo sperone roccioso che sporgeva dal sottobosco.

“Non lo metto in dubbio, ma non mi sento a mio agio qui, come se fossi nel posto sbagliato”, replicò Lana Mastdottir, fissando i suoi lancieri. Belladonna era costretta ad osservare senza poter intervenire, qualcosa di terribilmente frustrante, e rimase sorpresa quando la Barbara dei cui sensi si stava servendo parlò: “Mia signora, anche io mi sento a disagio. Sento un brivido lungo la schiena e mi pare ci sia una presenza estranea, da queste parti”.
La guida chiese licenza e parlò: “Mia signora, quel torrente si chiama così perché uno degli antichi padroni di questa terra usava affogarci le donne dopo aver giocato al gioco del piacere con loro. Assisteva alla loro morte seduto su quella roccia”.
“La Sedia del Signore”, disse Lana Mastdottir, “capisco”. E poi aggiunse: “Deve essere un brutto modo di morire, soprattutto con questo freddo”.
“No, mia signora. Il padrone diceva che col freddo le puttane soffrivano meno, era una cosa riservata ai mesi più caldi, questa. D’inverno le puttane venivano sepolte vive in una caverna dall’altra parte del bosco, mia signora. Potrei mostrarvela, in un’altra occasione”.
Lana Mastdottir scosse il capo e si rivolse nuovamente al contadino; “Da che parte è la strada che porta alla capitale?”.
“Di lì, mia signora”.
“E quanto dista?”
“Tempo una mezza clessidra, mia signora, ma dovremo muoverci in fretta ed in silenzio”.
“Allora facciamolo. Sarà per le puttane, sarà per qualsiasi altra cosa, ma non ce la faccio a restare qui”.
“Mia signora, prima di allontanarci dobbiamo sputare nel Fosso. Altrimenti andremo incontro ad una sventura”.
“Fallo tu, io non voglio offendere le Donne uccise laggiù”, replicò duramente Lana Mastdottir.
“Non è un’offesa, mia signora, è solo uno scongiuro, per non finire come loro”, rispose il contadino a voce bassa.
“Non finire come loro dipende da noi e dalle nostre lance. Sputa dove vuoi, e poi portaci dove ti ho chiesto”.

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