La battaglia: mezzodì (6)

Belladonna pulì la lama di Sorriso Solitario sulla tunica dell’esploratore Elfico che giaceva, la gola tagliata, riverso in mezzo al sottobosco. Come aveva imparato alla Scuola di Guerra, l’Elfa aveva lasciato passare il primo esploratore, che costituiva l’avanguardia, ed aveva pazientemente atteso che arrivasse il grosso del manipolo. Il contadino avevo visto ed udito gli Elfi in cauta marcia addirittura prima di lei ed aveva fatto un cenno; Belladonna aveva dato a sua volta il segnale agli ufficiali della Guardia appostati ai margini del sentiero, già con le spade corte ed i pugnali alla mano, e la questione si era risolta in poche piccole clessidre: gli Elfi, presi alle spalle, morirono senza un lamento, le gole tagliate. In silenzio, gli ufficiali ne sollevarono i corpi senza vita e, senza lasciar tracce, li trasportarono dove il bosco diventava più folto, dopo averne preso le placche per mostrarle a Belladonna.

L’Elfa considerò la sua vittima: un Elfo piccolo e sottile, il tipico fisico da fante armato alla leggera, che non sembrava, con i lineamenti irrigiditi dalla morte, abbastanza giovane per trovarsi in prima linea. Poteva forse significare che lo Stato Maggiore Elfico aveva sottovalutato le difficoltà della campagna, utilizzando truppe di seconda classe? O forse gli impegni delle armate sui vari fronti, e le perdite subite nella Provincia redenta e nel Nord, avevano costretto ad impiegare ogni singolo Elfo sotto le armi? Belladonna propendeva per la seconda ipotesi: l’armata che si trovava davanti era stata la punta di lancia dell’invasione del Regno Nero, quella sulla quale re Szibelis contava per ottenere la definitiva vittoria sui Regni degli Uomini.

Con un nuovo gesto, Belladonna chiamò a sé la guida: il giovane contadino era rimasto al riparo durante la piccola scaramuccia e sembrava scosso, davanti agli esiti di quell’improvvisa esplosione di violenza; aveva gli occhi sgranati e con quegli occhi fissava l’Elfa, le mani lorde di sangue, il lampeggiare di Sorriso Solitario per qualche raggio di sole che riusciva a filtrare attraverso la nuvolaglia prima ed i rami degli alberi poi, il lieve sorriso di soddisfazione per un lavoro ben fatto; il giovane sembrava non riconoscere la compagna del gioco del piacere con la quale tanto piacere si erano scambiati.

In due passi l’Elfa si avvicinò alla guida e si chinò su di lui per parlargli a voce bassissima: “Ho bisogno del tuo aiuto, dobbiamo far sparire quel corpo come tutti gli altri”, disse, e, come soggiogato, il giovane si alzò in piedi.
“Prendilo per le gambe, dobbiamo alzarlo per non lasciare traccia”, ordinò ancora Belladonna; il corpo senza vita del piccolo Elfo sembrava pesantissimo mentre l’Elfa e l’Uomo lo spostavano faticosamente, attenti a non inciampare nelle radici che sporgevano dal terreno. Con un mezzo grugnito i due depositarono alla fine il nemico morto in un piccolo fosso; Belladonna poi si chinò e si impossessò della placca e della spada corta. Trattenendo la prima, porse la seconda al contadino che la prese con mani tremanti.
“Mia signora”, disse, “non sono capace di usarla”, disse a voce bassissima.
“Prendila, in caso di bisogno scoprirai che è più facile di quanto credi”, rispose Belladonna, “e adesso aiutami a coprire le macchie di sangue ed a cancellare le orme; tra poco arriveranno altri esploratori, e poi passeranno i lancieri sulla strada, dobbiamo essere pronti”. Si guardò attorno: gli altri soldati erano tornati ai loro posti, e per i sensi di un Uomo potevano anche essere invisibili; nel frattempo il contadino, quasi piegato in due, aveva preso a spargere terriccio e fronde lì dove più visibili erano i segni dello scontro.

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