La battaglia: mattino (7)

“Con il tuo permesso, mia signora”, aveva aggiunto dopo una brevissima pausa, come per un ripensamento, “ho fatto perquisire l’appartamento ed il bagaglio della Regina e delle Streghe: ho trovato documenti che devi conoscere, mia signora”.
“Sono sicura che tu potrai spiegarmeli meglio e più in fretta, Rebon. O sei stanco e vorresti il cambio?”, aveva risposto l’Elfa con un mezzo sorriso.
“No, mia signora. Come comandi, mia signora”, aveva replicato Rebon. “Si tratta degli ordini per il dopoguerra, mia signora, scritti dalla Strega e già firmati dalla Regina. In breve, lo sterminio di tutti gli Elfi, mia signora”.
“Dovrei preoccuparmi, Rebon? In fondo sono un’Elfa anche io”. Belladonna aveva provato a scherzare ma la voce le era uscita roca, come per un giramento di testa o un dolore al ventre.
“Non lo so, mia signora. Ma non mi sembra una buona idea”. La domanda del piccolo lanciere, sia pure inespressa, era chiara: “Mia signora”, avrebbe voluto chiederle, “dobbiamo davvero obbedire a questi ordini, soprattutto adesso che la Regina ha perso il suo potere ed è nelle nostre mani?”.
Belladonna ci pensava continuamente e non riusciva a trovare una risposta.

Marciando cautamente con l’acqua che nascondeva i loro rumori, Belladonna ripensava agli ordini della Regina e si chiese se quella battaglia avrebbe dovuto davvero provare a vincerla. Si disponeva di castrare tutti gli Elfi di genere maschile: quelli adatti al lavoro sarebbero finiti nelle miniere e nei campi, gli altri sarebbe stati trasferiti oltre la Frontiera, ceduti ai Barbari o lasciati a morire di inedia e di freddo in campi guardati dai fanti territoriali in corso di addestramento nella Provincia Redenta, che in effetti non avevano motivo di amarli. Le Elfe sarebbero finite nei bordelli o, quelle più anziane e meno avvenenti, cedute alle famiglie di contadini cui sarebbero andate le terre fertili del dissolto Regno degli Elfi, per lavorare nei campi. Rebon, oltre agli ordini, aveva trovato anche i documenti predisposti dalla Strega, secondo i quali si prevedeva la completa estinzione degli Elfi nel giro di venti o venticinque estati.

Belladonna si era distratta e quasi andò a sbattere contro la guida, che si era bloccata all’improvviso, lì dove il fiumiciattolo spariva in un piccolo lago. L’Elfa si riprese in tempo e riuscì a non cadere. Il contadino la guardò con un certo disappunto negli occhi scuri, prima di avvicinarsi e sussurrarle di nuovo all’orecchio: “Ancora due clessidre, dobbiamo costeggiare il lago”. Belladonna dette un’occhiata al cielo, o almeno a quel poco che si vedeva oltre le fronde degli alberi più alti, per cercare di capire se la marcia del suo manipolo fosse regolare e seguisse i piani; purtroppo le nuvole erano ancora scure e nascondevano il sole. Unico modo rimasto, quello della resistenza alla fatica.

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