La battaglia: mattino (6)

Avanzarono per un pezzo con i piedi a mollo, gli scarponi che diventavano più pesanti ad ogni passo; Belladonna aveva finalmente trovato il passo giusto, nonostante il peso della spada lunga portata dietro la schiena, e aveva smesso di pensare al piano di battaglia, dal momento che ora era un comandante tattico come tutti gli altri. Aveva provato ad utilizzare i sensi da Elfa per accorgersi che in quel tratto di bosco non c’erano neanche animali, tranne qualche uccello sulle cime più alte degli alberi. Così doveva essere: il contadino aveva fatto segno, poco prima, che avrebbero dovuto marciare ancora per parecchie clessidre prima di raggiungere il luogo in cui appostarsi per portare l’attacco al cuore dell’armata nemica.

Marciando, un passo dopo l’altro, Belladonna si chiese anche come avrebbe reagito, quel contadino, se una volta sul posto e subito prima dello scontro l’Elfa si fosse impadronita del suo membro virile per strofinarlo fino a farne spruzzare il succo, nel rito di buona fortuna del suo popolo; poi si disse che quel popolo non era più il suo e che avrebbe dovuto accontentarsi di aver posseduto a lungo, nella notte, i due giovani Barbari suoi prigionieri, utilizzando sia il fratello che la sorella come un maschio, con il potere che le bruciava dentro, acceso dalla visione della Regina, e le aveva fornito un membro virile turgido ed insaziabile.

Giusto, la Regina. L’Elfa non si era pentita degli ordini impartiti ai suoi lancieri, ben sapendo che quella scatenata da re Szibelis altro non era che l’ultima guerra per il dominio sulle Terre Conosciute; scoperto che nel regno degli Elfi era ormai diventata filosofia dello stato quella – una volta proibita – della superiorità degli Elfi sugli Uomini, la conclusione non poteva che essere una sola, ovvero che Szibelis intendeva realmente rovesciare tutti i regni degli Uomini ed asservirne i sudditi, come aveva mostrato di volere e sapere fare nella Provincia Redenta. La Regina Nera dimostrava di essere stata l’unica tra tutti i governanti umani ad averlo previsto, e Belladonna aveva lucidamente interpretato la preparazione alla guerra imposta al Regno Nero non solo come desiderio di vendetta per la sconfitta e la morte del re suo padre, ma anche come ultima possibilità degli Uomini.

Ben prima dell’alba, dopo aver per l’ultima volta raggiunto il piacere nell’ano dilatato e sanguinante del piccolo Arjo Fennersson sotto gli occhi della sorella Lilian Fennersdottir, che pure aveva penetrato a lungo nello stesso orifizio traendo piacere dai gemiti e dai lamenti di dolore che la giovane Barbara aveva emesso, Belladonna aveva finalmente raggiunto Rebon, ancora di guardia davanti ai locali in cui erano rinchiuse le Streghe e la Regina. Il piccolo lanciere aveva fissato intensamente l’Elfa, come per valutarne il recente comportamento, pur irrigidito nella posizione di rispetto, la spada lunga appoggiata alla spalla. Avutane licenza, riferì che le due Streghe erano ancora guardate a vista e lo sarebbero rimaste e che la Regina dormiva.

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