La battaglia: mattino (3)

“Vuoi metterti a rapporto con sua maestà, generale?”, gli chiese ancora in tono leggero. “Ottima idea, purtroppo come vedi siamo in ordine di marcia e ci fermeremo solo col buio”.
Wardain si schiarì faticosamente la gola prima di rispondere: “Verrò con voi allora, tenente. Vi sto cercando da un bel po’ di clessidre, ed ho fatto tanta strada dal Nord fino a qui che una giornata di marcia in più non farà alcuna differenza”.
La Bastarda fece un cenno col capo, indicando re Szibelis che, impietrito in sella, fissava il suo generale con espressione sgomenta. Wardain comprese, assunse lentamente la posizione di rispetto e aggiunse: “Ovviamente se compiace a sua maestà”.

Il re annuì con una certa fatica: stava evidentemente chiedendosi per quale assurda combinazione di eventi Wardain, palesemente in fuga più che in ritirata dal Nord, fosse riuscito a raggiungere l’armata proprio in quel posto ed in quella mattina; venne distratto dalla voce della figlia che si stava nuovamente rivolgendo al generale.
“Generale, hai bisogno di un cavallo, direi. Puoi prendere il mio, non mi dispiace sgranchirmi un po’ le gambe”. La Bastarda porse le redini a Wardain che montò in sella in maniera molto poco armoniosa e, non riuscendo a stringere le ginocchia ai fianchi dell’animale si aggrappò al pomo.

“Il generale ha bisogno di una cappa”, concluse la Bastarda rivolgendosi agli esploratori, ancora impalati in posizione di rispetto, “pensateci voi. E muoviamoci, stiamo bloccando l’avanzata. Guardia, con me”, concluse.

La Bastarda scoccò un’occhiata di traverso a Wardain che aveva portato il cavallo accanto a quello del re e ordinò alla Guardia la posizione di rispetto; considerò il manipolo di fanti in tunica bruna, brache in cupo verde bosco e cappa di un verde più chiaro per qualche piccola clessidra e diede finalmente l’ordine di riprendere la marcia.

“State più vicini al re”, disse anche, “abbiamo visto che degli esploratori non c’è da fidarsi”.
“Comanda, mia signora”, intervenne una giovanissima Elfa in fondo alla fila, “e il generale Wardain? Non siamo abbastanza per proteggerne due”.
La Bastarda sorrise piegando appena le labbra e sfiorò l’elsa della spada prima di rispondere: “A lui ci penserò io”; in due passi prese posizione, come da regolamento, al fianco del cavallo del re, sfiorandone la staffa destra con la spalla sinistra. Da lì, dette una rapida occhiata per controllare lo schieramento della Guardia: i pochi fanti si erano disposti ad anello attorno al re ed al suo generale, anche questo come da regolamento, lasciando un varco per consentire a lei, capo della scorta, di intervenire tempestivamente in ogni momento. Senza bisogno di guardare, sapeva che Wardain si era chinato verso il re e stava parlando fittamente ed a voce bassa, dal momento che percepiva il suono dell’inconfondibile voce che usciva dalla bocca senza labbra pur senza capirne le parole, ed immaginò che stesse raccontando le sue disavventure nel Regno dei Boschi e poi chissà dove, ma certamente ancora più a Nord, come denunciavano l’abbigliamento e le armi; Wardain portava infatti al fianco una spada bastarda dall’elsa pesante e rozzamente elaborata, tipica dei Barbari.

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