La battaglia: mattino (2)

La Bastarda restò in silenzio, poi disse: “Chissà come mai, non sono sicura di potermi fidare, magari saresti in grado di trovare una cella adeguata anche per Morwen; e sei proprio sicuro di riuscire a scoprirlo, in questo caso?”.
Sorrise appena, regolò il passo, sistemò la bandoliera che reggeva spada corta e pugnale, alla maniera della fanteria leggera prima di aggiungere: “Dovrò ricostruirla, questa città, se la nostra armata la prenderà d’assalto”.
“Cercheremo di danneggiarla il meno possibile, te lo prometto”.
“Ma perché sei così certo che sarà necessario un assedio?”.
“La nostra armata delle Informazioni ci ha comunicato che la Regina non ha una massa di manovra in grado di affrontarci sul campo; siamo quindi certi che si chiuderà nella sua capitale con la Guardia e la milizia cittadina. E sappiamo ben che le mura, per quanto possano essere alte e robuste, non sono più forti dei soldati che le difendono: sarà una cosa breve, quindi”. Il re si strinse nelle spalle e scoccò un’altra occhiata al carro che sobbalzava alle sue spalle. “Abbiamo mandato avanti gli esploratori solo perché così prevedono le nostre regole, ma potevamo anche risparmiarcelo”.
“Quindi”, chiese la Bastarda, “stiamo avanzando senza sapere dove sono le forze nemiche?”.
“Sono tutte nella Provincia Nuova, secondo le notizie che abbiamo. Una volta finito con la Regina Nera, si arrenderanno e dovremo solo trasferirle qui per metterle al lavoro: ti ricostruiranno la capitale secondo i tuoi gusti ed a basso costo”.

Alla Bastarda la risposta del re suo padre non piacque affatto, ben sapendo che muovere incontro al nemico senza informazioni era il modo migliore per rischiare l’armata e la vita, così come aveva fatto il Re Sconfitto, padre della Regina Nera, ai Laghi Rossi, avendo avuto poi appena il tempo di pentirsene; ma l’Elfa non fece in tempo a replicare: nella boscaglia ai margini della strada più simile ad un sentiero che la colonna stava faticosamente percorrendo si alzarono grida e clamori; poi dalla boscaglia balzò fin sotto gli zoccoli del cavallo di re Szibelis una figura avvolta in un logoro mantello barbaro, seguita a brevissima distanza da due esploratori con la spada corta in pugno. Il re degli Elfi dette uno strattone alle redini e contemporaneamente la Bastarda saltò giù da cavallo, sguainando la spada a sua volta. In due passi fu addosso all’intruso che stava cercando di rialzarsi, gli puntò l’arma alla gola e scoppiò in una franca risata.

“Resta lì dove sei, e voi, fermi, avrete qualche spiegazione da dare al vostro ufficiale. Perché avete lasciato passare il generale Wardain? Non ditemi che lo avevate riconosciuto”. Gli esploratori si bloccarono, incerti, e ad un cenno della Bastarda rinfoderarono le spade. Ad un altro cenno, aiutarono a rialzarsi l’intruso, che si liberò del mantello e mostrò l’inconfondibile volto sfregiato e, zoppicando, cercò di avvicinarsi alla staffa del re; la Bastarda gli tagliò la strada senza rinfoderare la spada.
“Sei qui per partecipare alla battaglia, Wardain? E dov’è la tua armata?”, gli chiese.

La Bastarda continuava a sorridere a fior di labbra facendo lampeggiare la spada corta nelle prime luci del sole che penetravano a fatica la fitta coltre del bosco. Guardava negli occhi Wardain che ormai in piedi la sovrastava di un buon palmo, ed era uno sguardo che smentiva il sorriso.

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