Cavalli e mazze (4)

“Dietro l’angolo. Fai il giro dall’altra parte, mio signore”, disse Angoer immobilizzandosi contro una parete di scabre pietre, “cominciamo a contare e quando arriviamo a mille ci muoviamo assieme”.
Wardain annuì, fidandosi del suo attendente di cui aveva scoperto le insospettate capacità militari durante la faticosa ritirata verso la Frontiera, e con la mano sull’elsa della spada corta si avviò cautamente, evitando di far scricchiolare gli stivali sulla neve ghiacciata.

Quando finalmente scattò uscendo dal modesto riparo di un angolo un po’ diroccato, la spada corta in pugno, il generale si trovò davanti Angoer nella stessa posa: nono c’era nessuno di guardia ai cavalli.
“Dobbiamo fare in fretta, però”, disse Wardain mentre Angoer apriva cautamente la doppia porta di legno, chiusa solo da una arrugginita sbarra di ferro, “certamente qualcuno dovrà prendersi cura dei cavalli, e potrebbe arrivare da un momento all’altro”.
La stalla era molto più grande di quanto sembrasse a vederla da fuori, riscaldata da piccoli bracieri appesi al soffitto, che provvedevano anche ad una modesta illuminazione, e rendevano l’atmosfera fumosa; il fumo copriva in parte il forte odore di stalla. I due Elfi contarono parecchie dozzine dei robusti cavallini del Nord, che reagirono alla loro presenza con qualche sgroppata e qualche nitrito. Wardain incitò Angoer a fare in fretta e dette il buon esempio liberando il cavallo più vicino alla porta. Rapidamente, Angoer prese le redini di altri due quadrupedi e si guardò intorno cercando selle e finimenti.
“Non abbiamo tempo per questo, muoviamoci”, disse il generale, e si avviò tenendo per le briglie il cavallo con la sinistra e impugnando la spada lunga con la destra. Sulla porta, si guardò attorno e saltò immediatamente in groppa; un colpo di sproni e già il robusto cavallino trottava giù per il vicolo. Angoer montò a sua volta sul più robusto dei due e partì a sua volta al trotto, tirandosi dietro il secondo cavallo.

Era tempo. In qualche modo messi sull’avviso, alcuni Barbari stavano uscendo dalle loro abitazioni, più o meno vestiti nell’aria fredda e nella poca luce, e ognuno impugnava chi una spada lunga, chi un’ascia da combattimento, chi una mazza ferrata. Wardain spronò il cavallo che ruppe il trotto in un galoppo scomposto ma efficace; alle sue spalle, Angoer cercò di imitarlo, la sua cavalcatura si impennò e ricadde pesantemente su un fianco. L’Elfo rimase con una gamba bloccata e poté solo provare ad intercettare con le braccia, in un estremo gesto di difesa, la mazza ferrata che stava calando diretta sulla testa. Il colpo gli spezzò entrambe le braccia e tutto per lui divenne nero.

Angoer emerse dal nero lentamente. Aveva freddo, sete e fame, e provava dolore in ogni parte del corpo. Provò a muoversi senza riuscirci, provò a guardarsi attorno e si accorse di essere immerso nel buio più fitto, provò a chiedere aiuto e non poté proferire parola. Si chiese se fosse morto e si trovasse in qualche strano oltretomba degli Uomini, costretto a soffrire per vendicare tutti quelli che aveva ucciso o aiutato ad uccidere. In quella sentì una voce molto umana, una donna che parlava la lingua comune con l’accento roco dei Barbari.

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