La soluzione difficile (3)

Belladonna sapeva che era un pugno di soldati, quello che stava arrivando, visto che il resto del manipolo aveva l’ordine di restare con il Re Fuggito e la sua famiglia, ma chi era nascosto nella nebbia non poteva saperlo. Per la fretta, per la paura, chissà per quale ragione commise un errore venendo avanti con la spada tenuta in orizzontale. Belladonna vide l’acciaio prima che l’Elfo vedesse lei e calò il colpo dall’alto verso il basso, botta da amputazione.

La spada non trovò il bersaglio. L’Elfo era inciampato nel corpo del suo compagno sventrato ed era finito a terra, la spada ancora in pugno, proprio ai piedi di Belladonna, che era ancora sbilanciata dopo aver provato l’attacco. L’Elfo provò ad approfittarne senza rialzarsi ma la falciata diretta alle caviglie partì con un attimo di ritardo e Belladonna la schivò con un salto che diventò un doppio calcio alla testa. L’Elfo urlò di dolore e lasciò cadere la spada: il combattimento era finito.

Quando Tessa sbucò dalla nebbia, col fiato corto e la spada corta inutilmente puntata in avanti, Belladonna aveva già saldamente legato i polsi e le caviglie del suo prigioniero con strisce di stoffa recuperate tagliando il pesante mantello barbaro ed allo stesso modo lo aveva bendato; il giovane lanciere riconobbe il suo comandante in posizione di attesa, con un piede sul collo dell’Elfo steso faccia a terra sul suolo ghiacciato e si fermò di colpo, portando meccanicamente la spada in basso e poi in alto per un incongruo saluto da parata.

Belladonna rispose al saluto. “Ben arrivata”, disse, “mi sei stata di grande aiuto. Dove sono gli altri”?
“Mia signora”, rispose ansando Tessa, semistrozzata dall’aria gelida che inghiottiva a grandi boccate, “non ci sono altri, Toson non ha voluto privarsene in vista dell’incontro con i Barbari”.
“Ha fatto benissimo. Cerca di far meno rumore mentre respiri, per favore”.
Belladonna aveva sentito qualcosa nella nebbia, dalla parte opposta. Tessa controllò a fatica la respirazione e l’Elfa ne fu sicura: passi cauti, un tintinnare leggero di metallo contro metallo, un incongruo nitrito soffocato. A voce bassissima, ordinò a Tessa di prendere posizione: “Alla mia sinistra, due passi indietro. Spada in alto, non protenderla, e non muoverti finché non te lo ordinerò”.
Belladonna era pronta a battersi, la spada lunga tenuta nella stessa posizione, ma dalla nebbia arrivò l’inconfondibile tonfo di un corpo che rotolava al suolo e l’altrettanto inconfondibile voce di Verkonnen che, dimentico di ogni cautela, ricopriva di maledizioni lo sventurato lanciere che era caduto.

“Vieni pure avanti, Verkonnen, la parola d’ordine è quella giusta”, disse Belladonna rivolta alla nebbia che si stava alzando e rivelava, a pochi passi, i lancieri che avanzavano cautamente ma non abbastanza e tirandosi dietro alcuni cavalli ed i corpi dei due Elfi uccisi dall’ufficiale maggiore.

Verkonnen ebbe un sospiro di sollievo e si mise immediatamente a rapporto, nel vento gelido che aveva sostituito la lattiginosa umidità: “Mia signora, ho fallito. Quando abbiamo liquidato la loro guardia avanzata abbiamo fatto rumore; il tempo di arrivare al loro bivacco – e sì, erano esattamente lì dove ci avevi detto, e non c’erano più. Nella nebbia non ce ne siamo accorti, sono scappati a piedi, lasciandosi tutto alle spalle, coperte, bisacce e cose del genere; abbiamo preso i loro cavalli e le loro provviste ed abbiamo cercato di seguirne le tracce”.

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