La soluzione difficile (2)

Il Re dei Boschi regnava ma non governava, ed era un peccato, pensò Belladonna mentre guidava il piccolo gruppo nel buio incipiente. Intelligente e forte, avrebbe fatto sicuramente meglio dei suoi consiglieri. In poche piccole clessidre aveva istruito il figlio, che venne affidato a Rebon, e portato fuori del carro la moglie e le figlie, coperte con anonimi mantelli dell’armata di Castello Tonante. Senza fare domande, i fuggitivi montarono sui robusti cavallini Barbari che li attendevano e procedettero in silenzio attraverso la brughiera ghiacciata, immersa in una spessa coltre di nebbia, verso il luogo dell’appuntamento con i lanceri del Popolo Libero. Avevano appena superato la linea delle sentinelle che si erano voltate dall’altra parte quando alle loro spalle i due carri che avevano costituito la corte del Re Fuggito presero fuoco. Doveva essere il segnale per Verkonnen e le sue pattuglie che, a mezza lega di lì, dovevano attaccare il gruppetto di Elfi, ma il potere avvertì Belladonna che qualcosa era andato storto: meglio, le acuì i sensi da membro del popolo Elfico fino a permetterle di sentire la presenza di altri Elfi nell’oscurità, molto vicini. Sussurrato un ordine a Toson, scivolò silenziosamente da cavallo e si incamminò cautamente in direzione delle ombre che si muovevano altrettanto silenziosamente nella nebbiosa oscurità.

Difficile era per Belladonna rendersi conto della distanza che la separava dalle sue prede, difficile scegliere l’arma migliore; quasi all’ultimo istante, mise mano alla spada lunga e con lo stesso gesto dell’estrazione colpì alla cieca dritto davanti a lei. L’affilata lama di acciaio elfico procuratale da Rebon dopo la battaglia prima della notte incontrò una modesta resistenza tagliando tessuti pesanti e carne di Elfo, nel buio e nella nebbia echeggiò un grido di dolore e poi altri, di paura e di sorpresa.

Belladonna richiamò la spada con un’ampia falciata da destra a sinistra incontrando stavolta un’altra lama. Il puro rumore di metallo contro metallo le disse che davanti a lei c’era qualcuno armato a sua volta di ottimo acciaio elfico. Fece un passo di lato e provò un colpo più stretto, a due mani dal basso verso l’alto. Dalla nebbia spuntò la punta di una spada lunga diretta dove il suo stomaco si trovava una frazione di piccola clessidra prima, poi un corpo avvolto da un pesante mantello barbaro che rotolò al suolo, perdendo sangue dallo squarcio aperto dall’inguine alla spalla.

Quanti ce ne sono ancora, si chiese Belladonna spostandosi di nuovo, due passi indietro ed uno di lato, la spada tenuta in verticale ad un palmo dal naso. La risposta fu uno scalpiccio di stivali chiodati sul terreno gelato che annunciava l’arrivo dei rinforzi: troppo tardi e dalla parte sbagliata, pensò spostandosi di nuovo con il passo più leggero possibile. Chiunque fosse, nella nebbia lì davanti c’era qualcuno abile ed esperto: nessun rumore, nessun movimento. Belladonna ne sentiva la presenza dell’avversario con i sensi da Elfo, ma non riusciva a localizzarlo; ebbe però l’aiuto involontario di Tessa che avanzava a passo di carica in testa al gruppetto di lancieri, la spada corta in pugno, e lanciò un urlo per richiamare gli altri all’allineamento.

 

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