Pugnali e poteri (5)

Belladonna si passò la lingua sulle labbra sottili diventate improvvisamente secche e con un brivido riassorbì il potere, insieme a tutto il piacere che i suoi prigionieri avevano dato e preso, arrivando al piacere a sua volta.

“Siete stati bravi”, disse con un sorriso, “vi farò portare altra zuppa, e vi lascerò riposare”. Con un cenno del capo accetto i ringraziamenti delle Elfe e dei Barbari e si avviò verso i suoi alloggi. La attendeva Rebon, un po’ scuro in volto, gli occhi pesti per la stanchezza: il giovane lancere era riuscito comunque a scaldare una vasca d’acqua e soprattutto a trovare un po’ di legna che scoppiettava allegramente nel braciere in luogo del puzzolente e fumoso fango del Nord.

Belladonna si abbandonò alle carezze gentili di Rebon che la insaponava, massaggiandole le spalle ed i polpacci. Stavolta il ragazzo non parlava, come al solito, ma restava con le labbra serrate.

“Ti conosco troppo bene. Cosa vorresti dirmi, Rebon? Sai che non devi aver paura di offendermi”.
“Mia signora, stiamo per fare qualcosa di brutto, qualcosa che non è degno di un soldato”.

Rebon non era presente alla riunione in cui si era decisa la sorte del Re dei Boschi, ma Belladonna non rimase sorpresa: il lanciere, sin dai tempi di Castello Tonante, sapeva sempre tutto.

“Stiamo obbedendo ad un ordine”.
“Mia signora, ci hai sempre impartito ordini onorevoli, e quando stavi per darci un ordine che avrebbe disonorato te e noi ci hai ripensato”.
“Quando volevo uccidere i prigionieri, intendi. Ma stavolta non sono io a dare gli ordini, e la Regina non ci ripenserà, ne sono sicura”.
“La Regina è lontana, mia signora, sei tu a dare gli ordini, qui”.
“La Regina è sempre vicina. Sento spesso il suo potere accanto a noi, e lei sente il mio”.
“Non in questo momento, mia signora”.

Belladonna si concentrò, cancellando le gradevole sensazione delle mani di Rebon sulla caviglia che le doleva da quando aveva appoggiato male il piede e la suola dello scarpone era scivolata su una lastra di ghiaccio. No, non sentiva alcuna vibrazione del potere che si portava dentro, e si sentiva tagliata fuori dal resto del mondo.

“Rebon, stai facendo qualcosa che non capisco”.
“Sto solo assicurandomi che nessuno ci ascolti, mia signora. Possiamo accontentare la Regina senza macchiarci le mani di sangue”.
“Dovrei privare Geon della sua vendetta”.
“Lascia a Geon il Consiglio Segreto e ne sarà soddisfatto. Ed offri al Re dei Boschi un più comodo esilio presso l’armata dei Barbari, assieme alla moglie. Dovrai portare alla Regina il figlio, ma questo è un problema che affronteremo più avanti, quando avremo vinto la guerra”.

Belladonna annuì: “Si può fare”, disse, “ma certo dovremo trovare il modo di avvertire il mago; penso che tu abbia già una mezza idea. E questa guerra, forse non la vinceremo, quindi il problema non si porrà”.
“Non dire così, mia signora. Il mago ti ha detto che c’è bisogno di te al Sud, e certamente non per essere sconfitta”. Fece una pausa ed aggiunse: “Mia signora, ora che ci penso, non ti ho mai vista con un membro virile”.
“Sono indecisa: devo castrare Yuri Leonidovic e poi strappargli gli occhi o viceversa?”, replicò Belladonna.
“No, mia signora, l’Uomo dei Boschi non c’entra. Ho sentito il tuo potere tramite il ragazzo Barbaro. Probabilmente ha una forma di potere a sua volta, e potresti utilizzarlo per parlare col Mago. Io potrò aiutarti e tenere la Regina all’oscuro”.
“Dovrei liberarlo e mandarlo chissà dove”.
“No, mia signora. Puoi cercare il suo potere tramite lui, così come io ho sentito il tuo mentre lo penetravi nell’ano”.

Mentre Belladonna valutava le parole del suo attendente, Rebon cambiò improvvisamente discorso: “Mia signora, adesso sei a posto, col tuo permesso ti massaggio le spalle ed i fianchi, se vuoi alzarti”.

Tra i vapori dell’acqua bollente ed il braciere scoppiettante l’atmosfera era quasi tiepida ed accarezzò la pelle bagnata di Belladonna, prima delle mani forti ed abili di Rebon, che aveva recuperato la consueta parlantina.

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