Pugnali e poteri (3)

“Molto bene”, disse Belladonna, “adesso puoi metterti a quattro zampe ed occuparti di lui”. E indicò il giovanissimo Barbaro. “Se ti comporterai bene potrai mangiare questo”. Appoggiò la scodella con la zuppa su un lato del braciere, dopo averla inclinata per mostrare che era piena.

“Padrona, mi farà male?”, chiese a mezza voce Arjo Fennersson.
“Stai fermo e non ti succederà niente”. Belladonna sorrise enigmatica; prima di allora si era sempre servita del suo potere per rendere il membro del Barbaro turgido e potente, ma dopo il colloquio con Hideanseek della sera prima si sentiva debolissima: per quanto si sforzasse non riusciva a far emergere il potere, figuriamoci ad utilizzarlo.

Valdariel affondò gentilmente le mani tra le gambe di Arjo Fennersson e strinse leggermente il piccolo membro; poi abbassò la testa e lo inghiottì tra le labbra, fino alla carne pallida dell’inguine: il Barbaro era troppo giovane per avere dei ciuffi di pelo sul corpo.

La prigioniera leccò, succhiò e baciò per parecchie piccole clessidre, sotto gli occhi attenti di Belladonna e quelli sbarrati di Calibean e Lillian Fennersdottir, che si erano spostate nell’angolo più lontano della cella. Senza risultati apparenti: il giovanissimo Barbaro scoppiò in lacrime quando l’Elfa rialzò la testa, sconfitta.

“Calibean prova tu. Avrai fame, dopo la faticaccia di ieri”, ordinò Belladonna. L’Elfa bionda si trascinò faticosamente attraverso la stanza, seguita da Lillian Fennersdottir che cercava di allentare il canapo strettosi ancora più per lo strattone.

“Non ti piacciono le Elfe?”, chiese Belladonna dopo che anche Calibean aveva fallito. “Allora proviamo con tua sorella che dovrebbe conoscerti meglio di chiunque”.

La giovane Barbara si impegnò a lungo, sotto lo sguardo divertito di Belladonna che sentiva di nuovo crescere il potere dentro di sé; il fratello non reagiva ai baci ed alle carezze, continuava a piangere e finalmente prese a singhiozzare anche la sorella.

“Dunque, Arjo Fennersson, cosa c’è che non va? Vuol dire che mi servirò di te in un altro modo”, concluse Belladonna facendo segno alle prigioniere di allontanarsi. “Girati, faccia a terra. Stai fermo e non ti farò troppo male, stavolta”.

Le due Elfe e la Barbara ormai sapevano come comportarsi, si allinearono contro la parete, in ginocchio, le mani incrociate sul capo, e sentirono senza comprenderlo fino in fondo il potere di Belladonna che nuovamente riempiva la stanza, le immobilizzava, le rendeva complici di quello che stava accadendo davanti a loro. La sottile Elfa castana si aprì le brache e ne estrasse un membro virile enorme e turgido, lo bagnò abbondantemente con la saliva e si sdraiò con eleganza sul corpo del piccolo Barbaro prima di penetrare l’ano di Arjo Fennersson con una spinta poderosa dei fianchi. Il giovanissimo Barbaro lanciò un grido e cercò di divincolarsi, ma Belladonna lo schiacciò a terra e prese a montarlo con grandi colpi di reni.

Con l’enorme membro virile, anche il potere di Belladonna invase Arjo Fennersson. Il suo piccolo corpo si rilassò, l’ano prese a contrarsi attorno alla rovente colonna di carne che lo forzava, accompagnandone le spinte ed aumentando il piacere; non solo, anche il riluttante membro virile del piccolo Barbaro cominciò a reagire e ad inturgidirsi. Dalla sua bocca cominciarono ad uscire lamenti dal tono inconfondibile, che strapparono a Belladonna prima una risata soddisfatta, poi un forte gemito, che accompagnò lo spruzzo del succo all’interno del ragazzo. Nessuno, nella improvvisata cella, avrebbe saputo dire quanto fosse durato. A Belladonna era sembrato fin troppo breve, ad Arjo Fennersson una eternità, così come alle altre prigioniere.

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