A destinazione (3)

Un lanciere barcollò fuori della tenda assestandosi le brache e l’interlocutore di Restain sgattaiolò dentro prima di poter rispondere. Il grosso Elfo masticò una maledizione e lasciò cadere la monetina nella scarsella che ormai era abbastanza rigonfia, prima di dedicarsi ai due estranei lancieri che si erano messi in coda: doveva raccogliere informazioni e l’avrebbe fatto. Ma alle sue domande risposero a monosillabi – la frase più lunga fu: “La guerra sposta la gente”, borbottata da Verkonnen – e non poté che sperare in Valdariel.

All’interno della tenda, Valdariel era contusa e furibonda. Aveva perso il conto dei lancieri che la avevano usata, ma di tutti ricordava i lineamenti e traeva forza dalla promessa di Wardain: avrebbe avuto la sua vendetta il giorno successivo, anche su di loro. Strinse i denti quando vide entrare nella tenda un altro uomo, che alla luce della lampada ad olio sembrava diverso da tutti quelli che lo avevano preceduto: più piccolo ma più robusto, non sarebbe stato certamente meno pesante su di lei, ma l’orgoglio le impediva di provare a ridurre a più miti consigli quella fila di uomini con qualche vezzo e mossetta femminile. Le informazioni che era riuscita a mettere assieme erano comunque interessanti; i boscaioli non si accontentavano di servirsi del suo corpo, quasi tutti borbottavano minacce tra le quali si potevano riconoscere utili notizie militari, come il livello di addestramento e la voglia di battersi: alto il primo, altissima la seconda.

“Non credo che le puttane Elfe siano più elastiche di quelle umane, quindi a quest’ora devi solo girarti pancia a terra”, disse l’uomo chinandosi sull’Elfa per accompagnare l’ordine con un manrovescio.

Valdariel trattenne un grido, più di sorpresa che di dolore; si mosse faticosamente per obbedire e aggiunse un’altra testa alla lista di quelle da tagliare.

“Allora, orecchie a punta, vediamo se sei ancora abbastanza stretta qui dietro”, disse ancora l’uomo prima di schiacciarla sul terreno gelato e penetrarla nell’ano senza attenzione o preparazione alcuna. E stavolta l’Elfa urlò di dolore, e urlò di nuovo, ad ogni spinta. Poche, per fortuna, perché l’uomo spruzzò in fretta il succo del piacere nel corpo della puttana e si rialzò con il membro ormai innocuo e floscio.

L’uomo appoggiò un pesante stivale infangato sul culo dell’Elfa, che ancora singhiozzava; dall’ano gocciolava il succo del piacere, macchiato di rosso.

“Mi piace quando le puttane si lamentano, darò un’altra monetina al tuo padrone”.

“Non se ne farà niente, della tua monetina”, disse Verkonnen affacciandosi all’interno. “Quando ha sentito la puttana urlare voleva entrare per vedere cosa stavi combinando, ho dovuto impedirglielo”.
“Cosa facciamo adesso?”, chiese l’alfiere.
“Questa qui la portiamo con noi, per la collezione di puttane Elfe della nostra signora, e l’uomo lo lasciamo qui al suo posto. Chissà, magari ci sono clienti che non si accorgono della differenza”.

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