Davanti all’obbiettivo (1)

Wardain quasi si fregò le mani, soddisfatto. Davanti a lui ed ai suoi battaglioni, in mezzo all’altipiano, c’era la capitale dei Boschi, così vicina che sembrava di poterla toccare.

Non era una città murata, e sembrava svilupparsi senza alcuna regola, lungo le sponde di un fiume. Ad una estremità dell’abitato, la reggia non era divisa dalle case della gente comune che da una larga strada e da un sottile perimetro di mura. Wardain sapeva bene che la miglior difesa della capitale era proprio lo spazio aperto che la circondava, rarissimo in quella Terra tutta colline, boschi e montagne; le sue truppe erano in qualche modo al riparo, ma avrebbero dovuto marciare dall’alba al tramonto, allo scoperto, per raggiungere le prime case. Durante la notte precedente aveva mandato avanti i suoi esploratori ed aveva avuto la conferma che i battaglioni dei Boschi non erano lì, e probabilmente stavano ancora cercando la sua armata dalle parti di Tre Querce o chissà dove. Però, più restavano fermi, più aumentavano le possibilità che qualche reparto nemico si facesse vivo.

Il dilemma tattico sembrava privo di soluzione. O meglio, Wardain ne aveva trovato una che però non era piaciuta ai suoi ufficiali, che aveva riunito in un breve consiglio di guerra.
“Signori”, aveva detto, “ci avvieremo a mezzanotte, su due colonne come sempre, in silenzio e senza luci. Niente avanguardie, niente esploratori. All’alba saremo schierati in ordine di battaglia davanti alla città e intimeremo la resa”.

Ancora una marcia notturna, su un terreno sconosciuto e con le compagnie stanche, ancora una avanzata completamente allo scoperto, con la prospettiva di dover affrontare un combattimento casa per casa cui i lancieri non erano preparati ed addestrati. Queste furono, in breve, le obiezioni che Wardain spazzò via con un gesto. Meglio, rispose, che affrontare in campo aperto le armate dei Boschi ad un passo dalla loro capitale, senza rifornimenti ed un posto dove ritirarsi.
“E se non si arrendono”, aggiunse, “cominceremo col dare fuoco alle case, per aprirci la strada e liberare il terreno, possibilmente con gli abitanti dentro. Anzi, un bel paio di incendi li appiccheremo subito, per far capire che facciamo sul serio”.

L’avanzata dei lancieri Elfi, ordinati per manipoli e compagnie, nel buio più fitto, fu un nuovo incubo per i capitani ed i graduati, che non avevano nessuna voglia di incorrere nelle ire di Wardain, e si mossero prima con eccessiva cautela, poi, sollecitati e resi fiduciosi dalla mancanza di incidenti, fecero successivamente accelerare il passo senza causare disastri irreparabili.

Wardain, circondato dalla sua guardia, procedeva sul fianco della testa della prima colonna, cercando di dimostrare una calma che non provava affatto. Nessun generale, pensava, avrebbe difeso la sua capitale così a ridosso delle case, e questa considerazione lo rendeva quasi certo che non vi fossero battaglioni dell’esercito dei Boschi nelle vicinanze. Le forze di stanza nella città si riducevano, secondo le informazione raccolte dagli Elfi, a qualche compagnia della Guardia Reale e agli sparuti manipoli della Guardia Cittadina. Per antichissima tradizione, il re dei Boschi non poteva mantenere truppe nella sua capitale, a dimostrazione che esercitava il governo grazie al consenso dei sudditi e non con la forza; Wardain, Elfo tutto d’un pezzo, per il quale la forza era l’unica cosa che contasse nei rapporti tra Elfi e Uomini, aveva trovato quell’idea più che bislacca, ma adesso sperava di trarne vantaggio. Avrebbe avuto tutto il tempo, dopo aver espugnato la città, ucciso il Re dei Boschi e spedito i suoi eredi, in catene, alle miniere di piombo, per insegnare agli Uomini dei Boschi che il potere si esercita con la forza. Una volta disarmato l’esercito, ed eliminati gli ufficiali e le teste calde che qualche volta si trovano nella truppa, sarebbe bastato un battaglione a tenere sotto controllo il Paese, vasto ma poco popoloso.

Wardain regolò il passo del suo cavallo su quello del cavallo di Angoer, che gli stava a fianco, e continuò a pensare. La Provincia dei Boschi avrebbe potuto fornire legname per l’eternità al Regno degli Elfi, energia per i forni, calore per le case, e chissà, re Szibelis avrebbe potuto anche prendere in considerazione di costruire finalmente una flotta da guerra degna di questo nome. Ormai stanco di vessare i contadini della Provincia Nuova e stufo delle donne che poteva razziare lì, avrebbe potuto chiedere in premio questa, dopo la conquista. Improvvisamente si rese conto che stava usando il termine sbagliato: non di regno, ma di Impero degli Elfi, esteso su tutte le Terre Conosciute, si sarebbe dovuto parlare, e non di governatore, ma di viceré per chi avesse dovuto sopportare il fardello dell’amministrazione di un territorio così grande.

E poi, non c’erano limiti a quello che avrebbe potuto ottenere. Grazie al nuovo titolo sarebbe stato in grado di avvicinare nuovamente la Bastarda Reale, all’inizio per mere questioni di protocollo, poi chissà. Avrebbe potuto sfruttare i talenti di Pathneth, cui non aveva ancora raccontato il suo ultimo gioco, per interessarla e coinvolgerla in qualche avventura, e a quel punto tra di lui ed il trono ci sarebbe stato solo un cuore che batteva, ovvero niente che una lama ben affilata non potesse fermare per sempre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.